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Mai stata meglio.

Racconti

Era una giornata di quelle strane. Di quelle in cui non comprendi se fa caldo o se fa freddo. Così mi vestii a strati. Dei fuseaux neri stretti, delle calze leggere, una minigonna nera, gli stivali neri alti fin sotto al ginocchio, una canottierina nera, la felpa nera col cappuccio che tanto mi piace. Poi misi nello zaino due bottiglie di Montepulciano d'Abruzzo, un bicchiere di plastica riutilizzabile, dei fazzolettini di carta, un block notes, un libro preso da poco, una penna nera, una coperta azzurra, un cavatappi ed il giubbettino rosa. Chiusi lo zaino alla meglio. Mi misi gli occhiali da sole e la sciarpa. Mi munii anche di un paio di guanti, di quelli senza le dita ed uscii di casa. Mi diressi per prima cosa verso la biblioteca. Salutai Corrado, il bibliotecario, e parlai un po' con lui. Si accorse che non era una delle giornate migliori, così cercò lui un libro per me...eheh...lui sa cosa mi piace e mi diede da leggere, per l'ennesima volta, "donne" di Bukowsky. Strizzai l'occhio e me ne andai.
Mi rollai una sigaretta appena fuori dall'edificio. I bambini passavano e mi guardavano come fossi stata una cosa strana. Le mamme generalmente tendono ad ignorarmi. Oppure a guardarmi male. Io semplicemente mi accesi la sigaretta. Mi alzai e ricominciai a camminare. Mi sedetti su una panchina in un parco abbastanza schifoso e subito iniziai ad ingollare vino. Intanto mi guardavo attorno, osservavo la gente che portava i cani a cacare nel prato ed ogni tanto scribacchiavo qualcosa sul mio block notes. Cercai di fare un disegno. Era tanto che non disegnavo. Infatti ne uscì una cosa pietosa. Il problema, lo sapevo qual era. Non avevo voglia di disegnare in quel momento: come avrei potuto generare qualcosa di decente? Per un istante mi venne quasi da piangere. Poi bevvi un bicchiere di vino tutto d'un fiato e mi ripresi. Iniziai a sorridere. Me ne stavo con il naso all'insù a guardare il cielo, poi non so cosa mi prese, ma sentii il bisogno di stare con della gente a scherzare ed a bere vino. Mi alzai dalla panchina. Sapevo dove trovarli. Erano ragazzi con cui uscivo anni prima. Ci uscivo, perchè non avevo nessun altro con cui uscire, non avevo l'auto e non uscivo con nessuno da almeno un anno, per pura scelta personale. Era un bel periodo, quando stavo sola. Passavo la maggior parte del tempo a disegnare ed a scrivere. Studiavo e leggevo molto. Mi ubriacavo da sola ascoltando musica classica o jazz fino alle 2 o le 3 di notte davanti alla mia macchina da scrivere. Poi, se mi andava, qualche volta uscivo di casa, portando con me un libro, dei fogli ed una penna, mi infilavo nel pub del paese, mi sedevo ad un tavolo e prendevo a bere, a disegnare ed a leggere fino a tardi. Fumavo moltissimo. Avevo consacrato la mia anima alle nazionali senza filtro. Un pacchetto al giorno. Poi i miei gusti (per fortuna) si aggraziarono ed iniziai ad acquistare le Camel, quelle forti, le 100's. Una funzionava per due, così non dovevo comprarmi un pacchetto al giorno, ma ne usavo solo mezzo ogni 24 ore. Poi, dio solo sa perchè, un giorno questa compagni di ragazzi mi chiama al tavolo. Erano sempre lì, quando c'ero io al pub. Li conoscevo di vista. Con alcuni di loro avevo fatto anche le medie e le elementari. Simpatici, nulla da dire, però, diciamolo, erano persone estremamente banali. Andai al loro tavolo e mi invitarono a stare con loro. Mi chiesero perchè stavo sempre sola a leggere e mi chiesero perchè ero vestita in quel modo. In quel periodo mi mettevo sempre degli abiti assurdi. Vestiti viola lunghissimi, gonne arancione con magliette da hippie verde, decine di collane e sciarpe colorate. Ma ciò che non si spiegavano era il mio trucco. Mi disegnavo sempre gli occhi all'egiziana, ma allungavo ancora di più il trucco, sino a far sembrare i miei occhi due code di pesce. Qualche volta decoravo le code di pesce con del trucco oro. Mi piacevano i pesci e mi piacciono tutt’ora. Li rispettavo e li rispetto tutt’ora. Li disegnavo spesso. I miei occhi erano pesci. Dovevano restare nell'acqua, non lasciarsi prosciugare al sole come i loro. Naturalmente, a loro non dissi nulla di ciò. Lasciai perdere le domande e mi sedetti. Mi feci offrire da bere. Non faccio nulla per nulla. Od almeno, non faccio nulla per della gente banale. C'erano solo due ragazze con loro, una più cessa dell'altra. E pure stupide. Iniziai ad uscire con quella mandria di sballati che sapevano divertirsi solo imbastendosi di canne. Io mi davo all'alcool. Sì, fumavo anch'io e molto, ma ero praticamente sempre lucida. Al massimo mi sbronzavo. Io e gli altri ragazzi ci divertivamo a sfottere le due ragazze stupide. Un giorno, non so perchè, una delle due, che era proprio un po' troia, e non lo dico per cattiveria, ma perchè una sera, ad una festa, ricordo che si era spogliata del tutto, importunando chiunque le capitasse a tiro, senza successo, mi fece il piedino da sotto il tavolo del pub. Mi sorrise. Io dissi: "Sonia?" e lei fece finta di nulla. Più avanti venni a sapere che la ragazza in questione era venuta a conoscenza dei miei orientamenti sessuali. A quanto pare voleva provare. Beh. Io ho ragionato così al momento: se fossi un uomo non ti appoggerei nemmeno il cazzo sulle cosce, figuriamoci la mia testa tra le tue gambe. Mi alzai ed ordinai un B-52. Gli diedi fuoco, lo bevvi e me ne andai a casa. Dopo quella volta, non rividi più le ragazze stupide. Nel frattempo continuavo ad uscire con la compagnia di ragazzi. Con alcuni mi trovavo anche bene, ci parlavo. Qualcuno era addirittura più intelligente di quanto si potesse immaginare da una faccia simile. Dopo che ero bella che sbronza, tra me ed un paio di loro iniziavano sempre delle lunghe conversazioni a carattere politico, filosofico, musicale, artistico, storico. Per tale motivo, il gruppo mi affibbiò il soprannome di Vecchia Saggia, cosa che non mi andava a genio, devo dire. Era un nome da tartaruga... Passavamo le giornate davanti alle Poste del paese o nel pub alla sera o di notte in una piazza di fronte al pub. Si accendeva l’autoradio di un’auto e loro si mettevano a ballare. Erano bravi. Alcuni riuscivano a stare in equilibrio a testa in giù coi gomiti, facevano delle mosse assurde. Per questa cosa, li ho sempre stimati. Anche ora che si danno pure alla giocoleria. Sono davvero bravi. Niente da dire. Ma io sono un tipo più tranquillo. Non mi dimeno. Ballo, se capita, ma mica così. Io, al tempo, disegnavo, scrivevo e bevevo. Fumavo. Qualche volta era davvero difficile tornare a casa senza perdersi. Non stavo male con loro. Mi trattavano come una del branco. Ero come un ragazzo per loro e questa cosa da una parte mi faceva onore, ma dall’altra un po’ mi infastidiva. Ero comunque una donna. Avevo le tette, la fica, un viso che poteva piacere, delle belle caviglie e loro non riuscivano a considerarmi, nemmeno per un istante, sotto l’aspetto sessuale. Ripeto, la cosa mi piaceva anche. Non sono una che si comporta da ragazza-oca-stupida-gallina-troia, ma anch’io avevo i miei bisogni sessuali, i miei appetiti e tra loro non avrei potuto sfamarmi. Per due motivi…per prima cosa nessuno di loro mi piaceva ed, in secondo luogo, loro stessi non mi vedevano sotto una luce diversa da quella di “uno del branco”. E fin qui non ci dovrebbero essere problemi…ma ciò portava loro, al momento delle presentazioni con qualche ragazzo (anche appetibile) amico loro, a mostrarmi sempre come uno di loro, non ero Valentina, la ragazza che magari te la potresti anche fare stasera, che non è poi così male, che ha i suoi lati sensuali, che potrebbe anche amarti, per una sera o per più sere…macchè. Ero la Vecchia Saggia. Punto e basta. A dire il vero, qualcosa con uno di loro successe. Era un ragazzo che, non so perché, trovavo carino. Era alto, coi capelli neri, la barba incolta, gli occhi verdi o marroni, non ricordo. So che si vestiva come un mongolo. Aveva questi maglioni bianchi lunghi. Nel complesso sembrava Kurt Cobain venuto male, anzi malissimo. Era il fratello cattivo di Kurt Cobain, tenuto nascosto per 20 anni in soffitta dai capostipiti della famiglia Cobain. Puzzava come lui, però. Almeno, se guardi una foto di Kurt Cobain non puoi far altro che pensare che molto probabilmente possa emanare un certo fetore. All’inizio non mi accorsi di questo odore. Poi, dopo aver fatto ciò che feci con lui, mi resi conto che aveva il vizio di lavarsi molto poco i capelli. Erano unti. Sempre. Non sono una che ha la puzza sotto al naso o roba simile, ma, boia!, quelli erano davvero sporchi! E poi, vivesse per strada… La casa ce l’aveva. Ci ero stata. Una casa che puzzava, grigia, stava sempre al buio. Non ricordo nemmeno il suo nome, ma aveva un cognome indimenticabile, che ora, per motivi di privacy, non starò qui a sottolineare. Comunque era un cognome davvero ridicolo. Il Capodanno del…mmm? 2003? Sì, 2003. Si era tutti a casa di non ricordo chi. C’era questa festa dove si beveva molto, si fumava molto, c’era la musica, si ballava, ecc… C’erano anche delle ragazze. Erano tutte vestite per bene. Chissà per qual motivo a Capodanno una di deve vestire meglio degli altri giorni? Me ne ricordo una che pareva una prostituta in lutto. Beh, io a quella festa avevo anche invitato una mia amica ed io e lei eravamo le uniche vestite come il restante anno, tra le ragazze. Dopo qualche ora, ero totalmente sbronza. Il Kurt Cobain Cattivo in questione era alla festa pure lui. Gli chiesi l’accendino. Era un accendino bianco. Non so perché, anziché prendere l’accendino lo buttai a terra e lo baciai. Ci fu una specie di ovazione generale. Lo portai fuori e subito gli aprii i pantaloni. Era la disperazione a portarmi a fare ciò? Da quant’era che non toccavo un uomo? 2 mesi? 3? O di più…? Beh, chissenefrega. Avevo bisogno di un po’ di calore e l’avevo trovato. Ricordo che mi prese subito le tette in mano. Non mi staccava le mani da quelle tette, giuro! Io cercavo di andare giù a prenderlo in bocca, ma quello non mi staccava le mani di dosso. Gliele tolsi personalmente e scesi. Niente di che. Niente di eccezionale, anzi. Ehi, Kurt Cobain…mi aspettavo qualcosa di meglio… Ovviamente non glielo dissi. Poi mi prese e mi mise sul tavolino del giardino e mise la sua testa fra le mie gambe. Non era granché neanche questo. Non è da tutti praticare del buon sesso orale, devo dire. Anzi, non è da tutti praticare del buon sesso. Sentii delle voci, ad un certo punto. Lo buttai giù dalla mia fica e mi rivestii velocemente. Lui fece lo stesso. Erano i genitori del ragazzo che aveva messo la casa a disposizione della festa. Ci chiesero cosa stavamo facendo. Io dissi prontamente, approfittando dell’oscurità: “Nulla, nulla…stavamo solo chiacchierando!”. “Ah, chiacchierando?”, disse il marito. “Certo, signore!”. “Mmh, va bene, fate meno casino, però.” Ma che diavolo ci facevano i genitori a casa?! Subito io scoppiai a ridere ed anche Kurt. La cosa andò avanti una settimana, credo. Non riuscii mai a combinare nulla con lui. Non si raggiunse mai una conclusione fisica sessuale decente. Poi dopo un mese che non si faceva sentire, lo trovai al pub con noialtri. Mi si sedette di fianco. Dopo un po’ iniziò a toccarmi le cosce da sotto il tavolo. La disperazione mi portò a continuare e lui andò avanti a toccare. Mi mise una mano tra le cosce e mi sussurrò: “Sei bagnata.” Io feci finta di nulla. Era vero, ero bagnata. Ma mi aveva trattato di merda. E lui nemmeno mi interessava più. E mi ero accorta della puzza, ormai. Presi coscienza della mia condizione e gli tolsi la mano dalla mia fregna. Ordinai da bere e mi sbronzai. Ricordo che quella sera un giovane sconosciuto si offrì, senza dirmi nulla, ma d’accordo coi miei compari, di seguirmi finché non fossi rincasata al sicuro. Davvero non mi reggevo in piedi. I mesi passavano, continuavo ad uscire con loro. Credo di aver continuato per un annetto. Poi mi misi assieme ad un ragazzo. Rimanemmo assieme per un anno e mezzo, poi lo lasciai. Nel frattempo, ogni tanto, andavo a trovarli. Ma bene o male uscivo sempre con la compagnia di lui, con degli scoppiati allucinanti che oltre alle canne facevano ben altro. Io non provai mai nulla di quelle merde, dedicai sempre la mia vita all’alcool. Presi a fumare come una dannata, però. Un giorno decisi che avrei smesso. La cosa mi stava nauseando. Ero arrivata a livelli inconcepibili. Una decina di tubi al giorno o di bong. Davvero troppo. Ormai non me lo gustavo neanche più, l’atto del fumo. Non era più un rito, ma un modo per occupare il tempo. Ricordo una sera che, dopo aver fumato tantissimo e bevuto un sacco, decisi di mangiarmi una noce moscata intera. Faceva davvero schifo. Aveva un sapore terribile che ti legava la lingua. La mandai giù con un bicchiere di vino, poi aspettai. Volevo vedere cosa mi avrebbe fatto. Dopo un quarto d’ora mi ritrovai con un mal di testa inconcepibile, mal di stomaco, fitte alla pancia, come pugnali ed il cuore era come impazzito. Batteva forsennatamente. Ero sballata, sì, ma stavo male. Subito iniziai a mettermi le dita in gola per vomitare. Buttai fuori una chiazza rossa di vino mista alla noce moscata masticata. Dopo una decina di minuti stavo decisamente meglio. Insomma, ero arrivata a livelli davvero incredibili. Volevo rincoglionirmi sempre. Beh. Da quel giorno, dal giorno della noce moscata, dissi: basta. E così feci. Ora, se capita, mi faccio una cannetta tra amici, ma non me la cerco. Non me la cerco più. Dopo quel periodo, ricominciai ad uscire da sola od a non uscire del tutto. Stavo male all’inizio. Poi stetti bene nella mia solitudine. Mi ci ero abituata. Bevevo sempre. Ascoltavo jazz e musica classica. Scrivevo, leggevo, disegnavo, dipingevo molto. Feci alcune mostre collettive, mi divertivo a fare teatro sperimentale. Mi ero pure presa una cotta per un professore davvero attraente. Gli scrivevo lunghe lettere d’amore. Poi incominciai ad uscire con quelli che ora sono i miei amici. Ogni tanto mi chiedevo che fine avessero fatto gli altri ragazzi, quelli delle Poste. Così, dopo quella bottiglia di vino, mi alzai da quella panchina ed andai alle Poste. Erano là. Mi salutarono calorosamente. Parlammo di cazzate. Mi chiesero cosa stessi facendo ora. Tutti loro o lavoravano od andavano all’università. Io ero l’unica disoccupata. Chiesi se volessero bere del vino con me. Nessuno ne volle. Rimasi un po’ lì in disparte a guardarli mentre giocavano a calcio e si rollavano qualche canna. Mi chiesero se fumassi ancora. Dissi di no. Mi chiesero se ero ancora vegetariana. Annuii con fermezza. Era una cosa che non capirono mai di me. Non capivano perché fossi vegetariana, benché spesso glielo avessi spiegato ed avessi portato loro materiale informativo sull’argomento. Credevano fossi una specie di salutista. Ma non riuscivano a spiegarsi perché allora bevessi e fumassi tanto. Il mio è un discorso etico, dicevo. Ma loro non capivano. Dopo un quarto d’ora già li odiavo. Erano diventati così superiori, sebbene fossero ancora dei ragazzini conformati e rincoglioniti. Dissi che me ne andavo a casa. Salutai. E scappai via letteralmente. Raggiunsi il parco che stava a pochi metri da lì, ma lontano dai loro occhi. Estrassi la coperta azzurra dallo zaino. Andai a cacare e pisciai. Mi ripulii con un fazzoletto di carta. Poi mi sdraiai sulla coperta. Mi rialzai e presi l’altra bottiglia di vino. Stava per fare buio, sebbene fossero solo le sei di sera. Iniziai a bere. Davanti a me c’era una casa. Nel cortile un uomo e sua figlia stavano giocando a ping pong. Odio il ping pong. È un gioco insulso. Tranne che per i giapponesi e per la gente al mare. Mi guardai attorno e vidi che il parco era bello e che aveva dei bei pini. Pensai che quel prato sarebbe stato bello da coltivare e le case attorno da occupare e condividere. Continuai a bere con questi pensieri. Poi mi imbambolai a guardare il muro di cinta della casa della bambina e dell’uomo e mi chiesi perché la gente debba recintarsi, rinchiudersi, imprigionarsi nella propria proprietà privata a giocare a ping pong. Non trovai risposta. Ad un certo punto sentii una vocina fievole che mi chiese: “Stai bene?”. Era la bambina. Aveva la racchetta in mano. La guardai, mentre con le mani si attaccava alla rete che la divideva da me. “Mai stata meglio.”, risposi. Lei se ne tornò dal padre. Confabularono qualcosa tra di loro, osservandomi. Cazzo volete? Il cielo era bello. Non si capiva se faceva caldo o freddo. La mia bottiglia era a metà. Ero in un parco senza recinzioni. E stavo bene.
27nov07
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