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Le parti di me

Racconti

"Dimmi pure se ti sto facendo male".

Mi sembrava come se qualcuno mi stesse infilando un coltello tra le nocche e stesse segando direttamente l'osso, senza fermarsi. Momenti in cui capisci che cosa vuole dire l'espressione "dolore lancinante". Non mi piace piangere e non mi piace nemmeno mostrarmi debole.


"No no tranquilla, anzi, mi piace, così forte".
Potevo risparmiarmelo. Stupida ragazza. Il dolore aiuta a dimenticare i problemi. Soprattutto quelli stupidi. Bollette non pagate, esami andati male, quel ragazzo che non ti ha richiamata, nonostante tu gliela abbia data apposta per farti richiamare.
Ancora una fitta. Vorrei urlare ma non posso, stringo i denti, li digrigno come facevo da bambina nel sonno. Ero già tesa e incazzata da bambina. Non mi stupisco.

Sofia lascia per un momento la mia mano, il cd si è interrotto, è finito, e lei lo deve cambiare. Musica rilassante. Una merda di musica.
"Ti piace questa musica?".
"Si si, cioè, non mi fa ne caldo ne freddo."
"Sai, sto provando a testare dei nuovi cd, così capisco un po' cosa mettere su quando faccio le sedute"
"Ah ok. Non ti preoccupare, non c'è problema."
Io odio questa musica. Buddha Bur. Voci gutturali, uccelli, tamburi orientali, didgeridoo e flauti di pan. I flauti di pan sono i peggiori, mi ricordano solo quelle odiose bancarelle piene di peruviani, con le trecce nei capelli, che ti vendono strani medaglioni portafortuna o acchiappa sogni con le penne. Robaccia. Una volta ho comperato una cosa, per un ragazzo. Una medaglietta di ferro, forma quasi ovale, con sopra inciso, in bassorilievo, un labirinto, e all'interno, un uomo. Chi me l'ha venduta mi ha detto che rapresentava in destino. Avevo sedici o diciassette anni e la prima cosa che pensai fu: "Fico...". La regalai a Franco pochi giorni dopo. Anni dopo mi disse che aveva rischiato di impiccarsi un milione di volte a causa di quella medaglietta, gli si impigliava d'apperttutto. Faceva il tecnico di computer e tutte le volte che apriva un case e ci infilava la testa, per smontare e ispezionare i cavi, il mio regalo gli si intrappolava ovunque, rigandogli il collo. Ci rimasi un po' male, ma in fondo, forse era davvero il suo destino. Impiccarsi.

Sofia, la massaggiatrice, riprende accanendosi sull'altra mano. Il regalo peruviano mi aveva fatto pensare al mare. Vacanze Pinarella, estate della terza liceo. Una casa "omologata" per quattro persone, dieci compagni di classe, birra e vino a volontà, canne nel pieno della notte, colazioni alle sei del mattino con addosso solo un accappatoio, pochissimo mare, e la felicità stampata sul viso.
Un'altra fitta. Chiusi gli occhi e pensai alla mia amica Lucia, inseparabili al liceo, io e lei, adesso, non saprei dire nemmeno se ha un lavoro e se abita più a Costolana, il paesino a una quindicina di chilometri dalla mia città. Eravamo intime da ragazze. Lei era alta, molto più di me, abbastanza in carne ma proporzionata alla sua statura, capelli castano scuri, occhi nocciola e la battuta sempre pronta. Era spavalda, tossica e felice. Era l'unica persona che abbracciavo di mia volontà e sentivo il vero amore, quando lo faceva. Un giorno in spiaggia, prese a farmi un massaggio alle mani, cosa che, se non fosse stata lei, avrei considerato come una sorta di atto lesbico. Diceva che era bravissima nei massaggi alle mani, che sapeva far addormentare le persone. Ricordo di aver fatto finta di dormire, per darle una soddisfazione, ma, ancora oggi, narro, di una ragazza che sapeva far addormentare massaggiando le mani.

"Ora devi voltarti, pancia in su." "Devi toglierti il reggiseno"
La stanza è fredda, una ghiacciaia. La mia cantina è più calda in pieno dicembre. Penso che togliermi il reggiseno non è la cosa migliore da fare. Per prima cosa mi vergogno della mia nudità, seconda cosa, è un freddo bestiale e tutto quello che può anche solo minimamente coprirmi deve assolutamente continuare a farlo.
"Ah, ok, d'accordo, ecco fatto."
Mi massaggia la pancia, il seno, il collo, le anche. Le sue mani sono calde e Sonia sembra sapere perfettamente cosa fare. Io distolgo lo sguardo, mi vergogno. Mi sembra di tornare a scuola, quando, dopo ginnastica, dovevo per forza lavarmi di fronte alle mie compagne di classe. Odiavo quel momento, e infatti, cercavo sempre di distogliere l'attenzione dai miei seni nudi facendo delle battute assurde e parlando come una matta, dovevo far si che pensassero a tutt'altro, e non alle mie minuscole tette. Di solito ci riuscivo, ero abbastanza brillante.
Con i ragazzi ovviamente era diverso. Quelle poche volte che si erano accaniti sul mio seno mi era piaciuto, moltissimo. Adoravo sentire le loro lingue attorcigliarsi intorno ai miei capezzoli o le loro mani fredde stringere le mie calde tette. Più attenzione dedicavano al mio seno, più mi piacevano, e prima mi toglievo le mutande. Manuele era bravissimo in questo. Si era meritato spesso delle personali ricompense orali. Sapeva trattare bene le mie simpatiche amiche. Diceva sempre che erano piccole ma era la prima cosa che cercava. Bravo ragazzo, punti in più per te. Peccato che avesse seri problemi relazionali. Credo tutt'ora che fosse un fottutto deficente, minorato mentale, o qualche cosa di simile. Aveva un fisico bellissimo, un cazzo della giusta misura, delle mani stupende, degli occhi verdi e scoloriti, ma, era simpatico esattamente quanto il mio comodino. Forse era simpatico come la mia sveglia, e sfido chiunque a definire la propria sveglia simpatica.

Guardo distrattamente l'orologio. Ho i piedi congelati. Se li sbatto contro un mobile si rompono in mille pezzi. Quella figlia di puttana di Sonia potrebbe spendere un pochino di più in riscaldamento dato che io la pago fior di quattrini per farmi fare i massaggi. E' passata un'ora.
"Ok, adesso, di nuovo pancia sotto".
Grazie a Dio le mie tette possono nascondersi nuovamente.
Ora è la schiena ad avere quello che si merità. Mi percorre la spina dorsale e cerca di staccarmi la pelle dalle vertebre. Cazzo, Dio, Fanculo. Mi gratto i capelli per creare un diversivo psichico e chiudo gli occhi. Dopo poco si ferma, scende in basso, verso le natiche, e staziona all'altezza delle anche, o qualche centimetro sopra. E poi, come un fulmine a ciel sereno, senza un minimo di preavviso, una cazzo di scossa mi pervade tutta la colonna vertebrale a partire dal coccige.
"Ah!"
"Scusami, ti ho fatto male?"
"No. Si. Scusa, è stato un gesto involontario."
"Niente, non ti preoccupare, è normale. Vado più piano ma devo continuare, io non mi fermo mai."
Faccio un sorrisetto. Come se fosse simpatica. Ma vai a cagare.
Mi tocca il coccige e preme, come se dovesse spingerlo fino alla gola e farmelo vomitare.
"Devi essere caduta da piccola, hai il coccige molto all'interno."
"Non so, non ricordo, forse..."
Mi interrompe. "La maggior parte delle volte non ci ricordiamo, sono cadute che si fanno da piccoli..."
"Magari, quando usavo i pattini."
So benissimo come mi sono rotta il coccige. Andavo sui pattini a rotelle quando ero piccola. Io e mia sorella adoravamo legarci una corda intorno alla vita e pattinare legate, insieme, facendo piccole acrobazie. Non sono mai caduta, non mi sono mai rotta niente. Il mio fottuto angelo buono delle ossa. Mia sorella si è rotta un numero indicibile di ossa, negli anni, ma io, grazie al mio fottuto angelo delle ossa, mai niente. E dire che da piccola desideravo tanto le firme sul gesso...
Ad ogni modo, il mio coccige non si era rotto giocando da piccola.
Quel giorno avevo graffiato la scrivania antica di mia madre con una chiave. Uno di quei gesti che non puoi spiegare, li fai senza accorgertene, da piccolo, e, solo dopo ti assale la paura della punizione. Non c'era modo di nasconderlo, così, quando mio padre mi chiese se avevo fatto io quel segno indelebile, l'unica cosa che potevo rispondere, sfidando la sorte, era, "No, non sono stata io.". Mio padre mi guardò, a lungo. Era tarchiato, non grasso, ma ben piazzato. Polacci grossi, da corridore. Bicipiti potenti. Divaricò un po' le gambe, piegò le ginocchia, come se stesse assumendo la posizione di un surfista che cerca di stare in equilibrio sulla tavola, e sferrò il colpo. Non mi accorsi nemmeno di cosa era successo, velocissimo. Non vidi ne la mano ne la spalla muoversi davanti a me. Caddì a terra e sentivo solo il bruciore della manata sulla guancia. Dopo poco, nell'esatto "modus operandi" precedente, ecco il dolore al culo. Crack. Al coccige. Cominciai a piangere. Corsi da mia madre, lei mi diede una pomata sulla guancia e qualche bacio. Dopo poco rispuntò mio padre che mi diceva che non dovevo piangere e, visto che non smettevo, prese un libro, Pinocchio, mi mise seduta su una sedia e mi disse di leggere, ad alta voce. Ancora adesso non capisco il perchè, e, detto francamente, non credo che ci sia un perchè. Riuscì a leggere una pagina in circa venti minuti. Una parola, un singhiozzo, una parola, un singhiozzo. Fottuta psicanalisi da genitori. Che cazzo mai voleva dimostrare con Pinocchio?
Il dolore al culo lo sentì nei giorni successivi e non ebbi mai il coraggio di raccontare o accusare.
Mio padre non era un violento gratuito, assolutamente. Ogni tanto però uno schiaffo lo faceva partire. Il problema non era quel singolo schiaffo. Qualunque genitore, ogni tanto, davanti agli strilli dei figli, non riesce a controllarsi. Posso capirlo. Il problema era quello che seguiva lo schiaffo. Non si fermava mai a uno, come se la molla inconscia che aveva fatto partire il primo, avesse dato adito alla razionalità dei calci successivi. Io e mia sorella lo sapevamo e, fu per questo motivo, che quando mio padre la minacciò con un ferro da stiro in mano perchè era tornata troppo tardi da un appuntamento con un ragazzo, lei ebbe paura, ebbe paura di morire. Mia madre non lo aveva mai visto, e tutt'ora non lo vedrebbe.

"Ho finito, puoi alzarti tra un paio di minuti."
"Quanto ti devo?"
"50."

Tornata a casa vidi mia madre.
"Com'è andata?"
"Bene". Risposi. "Sonia mi ha detto che ho il coccige strano, come se si fosse rotto. Sarà stato quando andavo sui pattini con Sara."
"Ma se non sei mai caduta? Non cadevi mai. Sei proprio come il babbo, anche lui non cadeva mai."
Io non sono come il babbo. Deve essere stato quando non hai visto, che sono caduta."
30/11 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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