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l'ultimo giorno della mia vita

Racconti

E venne il mattino, la notte insonne, immagini di esplosioni negli occhi,una forte motivazione in me, sin da bambino fui educato a credere ciecamente in quelle pagine ingiallite dai millenni trascorsi dalla nascita del profeta, quel ballo senza fine del capo, l’andare avanti e indietro per leggere parole antiche, mi dovetti abituare a quella danza, dovetti abituarmi al coglier solo poche parole alla volta, quel movimento che ti porta fuori da te stesso, che fa sì che tu divenga spirito e parole in un turbinio inscindibile, il movimento che non fa altro che accettare con cenni del capo la verità di quelle pagine, l’unica verità che viene propinata a noi tutti, che ti riempie gli occhi e appartiene al tuo popolo soltanto.
Ne divenni parte integrante, ogni giorno, per cinque volte, dismettevo gli abiti d’uomo e divenivo spirito e sempre più forte in me il grido della vendetta che il mio signore rivolgeva a me, proprio a me, Iqbal, semplice venditore di tappeti, vent’enne già sposato alla mia cara moglie anche lei, immancabilmente devota al culto che le impone un colore unico, il nero, attraverso il quale vedere il mondo dietro la rete che fa entrare aria nei suoi polmoni e permette ai suoi occhi di avere un piccolo scorcio sul mondo. Fu così, dopo la nascita di mio figlio che il sentore di dover fare qualcosa per il mio dio, divenne una certezza, così mi recai nel nascondiglio della milizie e mi arruolai; tornato a casa trovai una festa per il mio atto, tutti erano esaltati dalla mia decisione, tutti tranne mia madre che piangeva sommessamente riportandomi alla realtà della mia decisone. Dopo pochi giorni, come prova della mia cieca fedeltà dovetti rimanere a digiuno per due giorni, semplicemente pregando in ginocchio al sole rovente della mia amata bistrattata terra, alla fine di quei due lunghi giorni, cambiò qualcosa della quale io fui messo a conoscenza solo due settimane dopo, durante quest’attesa, fui trattato come dio interra, mi era permesso tutto, potevo fumare, bere tè quando volevo, andare da mia moglie e mio figlio e non tornare alla caserma per più giorni, allo scadere delle 2 settimane fui convocato dal capo che mi fece sedere e mi offrì un, molto più che costoso, sigaro che io accettai senza alcun motto se non di ringraziamento, e così iniziò il discorso che avrebbe cambiato la mia vita :” questa notte, mi è venuto in sogno il nostro dio, vuole che tu faccia una cosa per lui, ti vuole con se nella milizia celeste, tu domani dovrai andare dinnanzi all’ambasciata all’una, al cambio delle guardie e rendere noi tutti e il nostro dio fieri di te, dovrai porre termine alla tua vita con un’esplosione che ponga termine fine anche alla vita di quegli infedeli che ci rendono prigionieri nella nostra terra”. Una lacrima scese, timida, dai miei occhi, dissi loro che era per la felicità di poter essere ora finalmente utile realmente al mio signore, scese il silenzio, i loro sguardi su di me, uno di loro che già prendeva le misure per la casacca di dinamite che avrei dovuto indossare l’indomani, io li fissavo incredulo, per loro ero già finito, morto, catalogato come l’ennesimo martire da innalzare dinnanzi alle folle esaltate. Non tornai a casa quella notte, vagai per il deserto, sarei potuto scappare ma non lo feci, mi feci cullare dal calore e dalla luna della mia amata terra, realizzai che non avrei visto crescere mio figlio, che non sarei invecchiato, che non avrei visto la mecca, domani sarei morto portando con me più anime d’infedeli possibili e obliando tutto il resto nella polvere della mia implosione. Mi assopì e tosto immagini di corpi spappolati, di grida, di lacrime e sangue mi riempirono gli occhi, un sapore acre m’invase la bocca, e un tremito non mi abbandono più, la vita che continuava a scorrere nelle mie vene adesso si ribellava alla sua imminente fine; all’alba mi recai a casa baciai mio figlio e mia moglie alla quale scrissi una lettera piena di sentimento e inframmezzata da quei slogan fondamentalisti che fanno sì che la tua mente si acquieti in un silenzio senza scomode domande e terribili certezze. Tornai in caserma, sempre tremando e piangendo, loro ridevano e mi preparavano di tutto punto, mi istruivano su quelle che sarebbero state le dinamiche della mia morte, la mia fottuta morte, io tremavo e bestemmiavo quel dio che stava permettendo tutto ciò, ma alla fine con il corano in mano e la danza nel corpo mi acquietai e accettai il mio destino; alle 12 e 50 ci recammo sul posto, era pieno di gente e di mercanti e di guardie, io come se nulla fosse, bagnato dal sudore e con gli occhi chiusi, mi avviai davanti all’ambasciata; un battito, sangue che frenetico corre per tutto il corpo e ritorna, battito, il cervello invia un impulso al mio braccio,battito, non risponde, battito, eccolo, si alza, si avvicina al petto e serra la mano intorno al detonatore, battito, lacrima, tremore, battito, silenzio e . . . . il vuoto non una delle fottute vergini promesse. . . .
11/01 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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