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Caffè equo e solidale

Racconti

Aspetto alla fermata dell'autobus. Passa il 23, poi il 7, e infine, l'11. Aspetto ancora. Accendersi o meno una sigaretta è una scommessa. Appena comincerà a prendere fuoco, la piccola bastarda, richiamerà a se il mio autobus, il 5, e io, sarò costretta a vederla per terra, ancora integra, e tutta fumante. Decido di rollarmela comunque. Tiro fuori le cartine e i filtrini, poi, prendo un piccolo pugnetto di tabacco umido nella mani e lo lavoro con cura, con calma. Lo trasferisco sulla cartina e comincio a girare. Giro ancora due volte ed ecco la perfezione. Inserisco il filtro e arrivo alla parte migliore, lecco la colla.
Mi gusto quel sapore dolciastro e finisco l'opera. Rifinisco i bordi, lecco ancora un po' la carta intorno al filtro, per farla aderire bene, e poi, comincio a picchiettare su e giù la sigaretta sull'unghia del pollice. Una signora mi guarda incuriosita. Tiro fuori il naso dalla mia sciarpa e lancio un'occhiataccia alla signora che subito guarda da un'altra parte, e si chiude bene nel bavero del cappotto. Non è freddo, ma cerco di nascondermi sempre di più nel mio cappotto, sotto la sciarpa, sotto la berretta, sotto la musica dei miei auricolari. "Space Oddity". Tiro fuori l'accendino dalle tasche, un po' timorosa, ma, accendo ugualmente. Due boccate, tre, quattro, bello. La prima sigaretta del mattino, con il caffè ancora sui denti e i rimasugli di biscotti sotto i molari. Arrivo a metà e l'autobus ancora non è arrivato. Penso che dopo tutto sono stata anche fortunata. Faccio l'ultimo tiro, sto per buttare il mozzicone a terra, quando vedo il 5. Perfetto, una giornata cominciata per il verso giusto.

Salgo sull'autobus, guardo bene in giro e non vedo nessun pantalone blu, nessun cappello strano, nessuna scarpa di merda nera, nessun cartellino identificativo, nessun controllore. Mi siedo, tranquilla e ascolto. "Mrs. Robinson". La facoltà di Lettere e Filosofia è poco distante, ancora qualche fermata e sarò arrivata. Suono il campanello e scendo, un paio di gomitate per chi non si sposta e sono di nuovo sulla strada. Entro nella biblioteca e mi siedo. Azioni preliminari: guardare chi ti è di fronte, guardare cosa studia, e soprattutto, guardare come è vestito o vestita. Si possono capire milioni di cose da queste semplici azioni preliminari. La ragazza davanti a me ha un grosso libro aperto sul tavolo, "Letteratura moderna" o qualche cosa di simile, porta una fascia tra i capelli, ordinati e puliti, un paio di occhiali dalla montatura elegante, maglione verde chiaro, camicia bianca, jeans, e delle scarpe sportive. Ha un naso lunghissimo e tiene la matita tra le mani come se fosse una piuma. Pacchetto di sigarette proprio di fianco all'astuccio, Camel light, non la scelta migliore, ma, nemmeno la peggiore. Prendo fuori i libri e faccio finta di studiare. Sottolineo cose a caso e cerco di darmi un tono. Mi schiarisco la voce ogni tanto e, dopo pochi minuti, sto già contando le monetine che ho in tasca per prendermi un caffè alla macchinetta.

Un euro, niente monetine sfuse. Davanti alla macchinetta sono un po' indecisa, faccio passare un ragazzo che c'è dopo di me e penso a cosa potrei gustarmi. "Una bevanda al gusto di thè al limone"? "Un mocaccino con tanto zucchero?" "Caffè equo e solidale?". Scelgo il solidale e mi sento una brava cittadina. Inserisco l'euro e digito 48 sulla pulsantiera, "Caffè equo e solidale macchiato". Non sento rumori. Ridigito. Il display mi dice, "prodotto esaurito.". Perfetto, niente buona volontà oggi, solo consumismo. Scelgo il 38, "Caffè macchiato". Niente equo e niente solidale. Prelevo la mia bevanda e aspetto il resto. Niente rumori solo un "Seleziona la bevanda" che appare sul cazzo di display. Ecco, è successo, la fottuta macchineta si è succhiata i miei soldi e io sto già per andare in escandescenze. Mi guardo un po' intorno, non c'è nessuno. Cazzo, tiro un calcio alla macchina. Niente. Cazzo. Un altro calcio. Questa stronza mi ha fregata alla grande. A un certo punto, mentre sto imprecando contro il signore delle macchinette automatiche, arriva un ragazzo, alto, riccio, grosse sopracciglia, occhi chiari e un bel sorriso. Mi guarda e non dice niente. A un certo punto, "Hai finito?", mi dice. "Si, cioè, no.". "Okay.". Adesso sono ferma davanti alla macchinetta e non so cosa fare. "Ma, hai finito di usare la macchinetta? Posso prendere un caffè?". Mi sto spazientendo, ma, del resto ha ragione. I miei 67 centesimi sono ancora lì, brillano su quel cazzo di display viola. Mi guardano e ridono. "E' che ho lasciato dei soldi dentro.". Il ragazzo mi guarda perplesso e dice, "Comunque hai finito no?". "Si ho finito ma ci sono i miei soldi dentro, quindi, per assurdo, ancora non ho finito.". Il ragazzo si mette le mani in tasca e dice, "Okay, allora vorrà dire che mi offrirai un caffè.". Sono sempre più perplessa e naturalmente sempre più incazzata. "No, non ti offro un bel niente. Adesso tu mi dai i soldi del tuo caffè e così è patta.". "No.", dice lui. "Allora io non mi sposto.". E lui, "Allora io bevo il tuo caffè.". Con mossa fulminea mi prende il bicchiere dalle mani, e io, dalla paura di sporcarmi, lascio la presa e guardo inorridita cosa sta per succedere. Il bicchiere è già alle sue labbra e, un momento dopo, già vuoto nel cestino. Il ragazzo emette un suono di compiacimento, mi guarda, fa un piccolo ruttino e dice, "Grazie, io adesso ho finito, la macchina è tutta tua.". Prende la porta e se ne va.

Rimango immobile per circa trenta secondi e poi, tutta incazzata, prendo la porta pure io e lo seguo. "Scusa, scusa, ehy, giacca nera, si tu!". Il ragazzo si volta e mi dice, "Cos'è? Hai finito, ma paradossalmente, non hai ancora finito anche con me?". Dentro di me rido, perchè la battuta è buona, ma fuori, sono nera. "No, è che, mi devi dei soldi.". "Non ti devo un bel niente.", dice lui, e poi ancora, "Sei te che non sai leggere i chiari cartelli affissi sulle macchinette con su scritto NON DA RESTO, non è colpa mia se non sai leggere.". Vorrei dire che quel cartello non c'è, ma, sono sicura che se lo facessi, tutto andrebbe a rotoli e io perderei la partita. Quel cartello c'è sicuramente. Cazzo. "Senti", dico, "sono stata disattenta, non ho letto bene, e ci ho rimesso dei soldi, però, tu, adesso puoi aiutarmi a recuperare, e puoi darmi i miei 33 centesimi.". "No", dice con fermezza, "ma, posso chiderti una cosa?". "Si.". "Era equo e solidale quel caffè?". "No, non c'era più quello equo e solidale. Assurdo vero? Uno cerca di fare il buon cittadino e anche quando ha gli sprazzi di buona volontà questo cazzo di sistema gli mette i bastoni tra le ruote e lo annienta. Proprio come per la raccolta differenziata.". Le mie parole sono ancora nell'aria e penso al perchè io abbia anche solo citato la raccolta differenziata. Comunque, sta cercando di farmi sviare, di farmi cambiare discorso, e non va bene, io, devo vincere. "Perchè la raccolta differenziata?". Cazzzzzzzzzooooooooooooo, c'è arrivato. "Perchè? Dai, perchè, la solita storia no?". "Che storia?", dice sempre più perplesso. "La storia dei cassonetti...dei sacchi di carta...e va be...ho detto una cazzata...ma tu...mi devi soldi.". "No, posso fare di meglio, credo di volerti offrire del fumo, ti va?". I miei occhi sono assatanati, i riccioli del ragazzo sono perfetti, delle molle, i suoi denti non bianchi come l'avorio ma quasi, il sorriso è ancora più bello di prima e, dalla tasca del cappotto, sbuca una versione vecchissima, con una copertina stupenda e logora, di "Disturbo della quiete pubblica". Dico, "Ok, va bene, andiamo.".

Davanti alle aule studio, alle biblioteche di Lettere e Filosofia, sta il parco. Entriamo, senza dirci una parola. Ci sediamo su una panchina e lui appoggia il libro sulle assi di legno. Si siede con il culo sullo schienale e i piedi sulle assi, vicino al libro. Io mi siedo normale. Passa molta gente, ma il ragazzo se ne infischia, fa tutto con calma, come se fosse a casa sua, e, anche un po' platealmente. E' svelto e curato. Bandiera, una leccata, strappa la cartina in eccesso e accende. Tre tirate, poi un'altra e poi me la passa. Era da molto che non fumavo e, in principio, sento il fumo bruciare in gola, poi, dopo due tiri, riprendo il ritmo e fumo. Stiamo in silenzio, guardiamo le persone che passano, che corrono, che portano a spasso il cane e ogni tanto diciamo, "Guarda questo...", "Guarda sta vecchia...", "Oh, questo si che è un grande...anche io...". Passa una mezz'ora buona e la canna finisce. Il ragazzo si alza in piedi, si accomoda i jeans, e mi fa, "Va bene, è stato un piacere, mi devi una canna.". Farfuglio un paio di parole, non so cosa dire, cerco nella mia testa qualche cosa di spiritoso e poi dico, "E tu mi devi un caffè...". Il ragazzo non si volta, i suoi ricci ondeggiano nella foschia delle undici del mattino e io penso che non lo rivedrò mai più.

Tornata dentro la biblioteca mi siedo e mi squilla il cellulare.
"Pronto?", "Ciao Sara, sono Roberta, senti, che fai?", "Cerco di studiare in biblioteca ma non ci riesco...", "Dai fai ancora una mezz'ora e poi vieni qua da me, ti faccio la pasta", "Okay, ci vediamo tra un po'...", "Ciao", "Ciao". Rientro, la ragazza davanti a me se l'è filata e io sono sola al mio tavolo. Penso a tutto tranne alle "Dottrine Politiche Europee" e lascio passare il tempo mentre scribacchio frasi a caso sulle dispense. Guardo l'orologio, è ancora presto ma scappo comunque. Mi accendo una sigaretta e comincio a camminare. Niente autobus, arriverei troppo presto. Davanti a casa di Roberta c'è una vecchia signora con delle sporte piene di spesa. Mi fermo davanti a lei, la guardo, penso che potrei aiutarla, ma cambio idea. Oggi ho già provato con il caffè e mi è andata male, perchè rimanerci di nuovo di stucco? Suono il campanello e salgo su per le scale. Chiudo la porta, caccio un "Ciao" popolare alla casa di studenti fuori sede e comincio a chiamare, "Robi?" "Roooobiiii?". Sento dei rumori in cucina ed entro. "Robi sei qui?". Lo sportello del frigorifero è aperto e dietro c'è qualcuno. Sul tavolo della cucina un libro di Yates. "Cazzo Robi, ma allora ti sei decisa a leggere i libri che ti consiglio! Brava! "Disturbo della quiete pubblica" è un must, per me è come la bibbia, un po' come...". Lo sportello del frigo si chiude e dietro spunta il ragazzo della canna. "Un po' come cosa?", dice, "un po' come "Il Giovane Holden" o "Sulla Strada"?". Sono i titoli che avrei dovuto dire se avessi avuto il tempo di finire la frase. Ripiego, "No, un po' come Palahniuk, o Bukowski o...". "Dai ho capito", mi guarda, ci pensa un po', e, "Sei tenace!". "No guarda è stata solo una coincidenza...io conosco...Roberta...Robi dove sei?". Gli scappa un sorrisetto e poi, "Si si, va be, metto su il caffè, così siamo a pari.".

"Sara! Ah, ma sei già qui? Hai conosciuto Fabrizio? Il nuovo coinquilino? Studia... Cos'è che fai già?". Lui, un po' scocciato, e ancora con la moka in mano, dice, "Robi, cazzo, te l'avrò detto mille volte, lavoro, sono il ragazzo che ricarica le macchinette automatiche del caffè...oggi ho ricevuto un paio di lamentele per il caffè del commercio equo e solidale che era finito...sai...i cittadini non posso mai compiere buone azioni per colpa mia...". Dentro di me sto ridendo come una matta. "Sara, che fai? Cos'è quella faccia?". "Scusami, stavo pensando che non conosco nessun buon pusher in zona, ma, credo proprio di aver bisogno di una canna.".
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