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IL MIO INCONTRO ALLA E CON BUKOWSKI

Racconti

IL MIO INCONTRO ALLA E CON BUKOWSKI

Ero appena reduce dalla sbronza della sera prima e non so dove trovai la forza per rendermi presentabile ed uscire di nuovo. Poi se mi chiedete dove, invece, trovai il coraggio per riniziare a bere dopo giusto un’ora…allora mi disarmate.
Quel pomeriggio c’era un botellon in riva al fiume e sfasciarti il fegato era il minimo che potesse succedere. Ti andava di lusso. Ci fu gente che rischiò l’annegamento nel fiume, dopo essersi già affogata nell’alcool, ovviamente. La luce era così potente che sembrava volesse perforare anche gli occhiali da sole…non riuscivo a tener gli occhi aperti, quei riflessi luminosi erano schegge impietose sulla mia retina. E poi…faceva caldo, era aprile ma già si stava in canotta e si sudava. Qualcuno per ovviare al problema si era denudato ma, oh, erano brasiliane…ce l’hanno nel dna.
A me più che la voglia di rimanere con le tette al vento mi era venuta una sete che neanche dopo una camminata nel deserto con il puzzo di un cammello! Una sete davvero da togliere la salivazione. Individuai una bottiglia di rosso. Mi apparve come un miraggio. Finalmente potevo bere qualcosa che non fosse mischiato a coca-cola, gazzosa o altre porcherie. Io quest’usanza di rovinare il vino non la capirò mai. E’ uno scempio. Fortunatamente, a pochi passi da me c’era un bel litro puro, un Rioja da 14 gradi, vigoroso e denso. Un vino che ti legna ben benino. Chissà se quel ragazzo che si tiene la bottiglia tutta per sé legna pure lui ben benino?-mi domandai. Un sorrisino malizioso mi si stampò sulla faccia mentre gli chiesi di versarmi un po’ del suo tesoro.
Alzò il braccio per riempirmi il bicchiere e scorsi una leggera vena gonfiarsi nel suo bicipite destro. Ohhhh Dio! Non guardare, non guardare, pensa a bere! Uffff, una vampata mi attraversò il corpo, poi mi toccò pensare a qualcosa di disgustoso. Nella mia mente scorrevano le facce grinzose e da culo di tanti politici, le loro teste coronate da aureole di tupé, i loro penosi deliri di onnipotenza, ogni poliziotto che si sente Dio nelle sue mutande sporche di merda.
Mi arrivò il vomito in gola.
Forse avevo esagerato. Non dovevo farmi così del male. In compenso mi passarono tutti i bollori. Iniziammo a bere e a parlare. L’arsura non diminuiva.
”Mi chiamo Samuel, sono ebreo.” disse.
Rimasi perplessa.
Cos’era una nuova moda, quella di affiancare la religione al nome come fosse un cognome? Non capivo. Non era la prima volta che sentivo fargli una presentazione così, quel pomeriggio. Era come se volesse metterti in guardia:”Ehy, sono ebreo quindi, baby, se hai dei problemi tieniti pure la fica bella stretta!” Credevo che queste cose fossero state superate. Notai che al collo portava un rosario senza croce.
Ma comunque…che me ne fregava se era ebreo, induista, buddista o che diavolo ne so io! Tutto quello che mi veniva in mente guardandolo era sinceramente lontano anni luce dal sacro.
”Mi chiamo Vittoria”risposi. Non aggiunsi che ero Vittoria la atea.
La seconda bottiglia la aprimmo a casa sua.
Una casetta molto carina. Il ragazzo sembrava un po’ bohémien ma in realtà era curato, i soldi gli permettevano di assumere quell’aspetto da finto disadattato.
Tentò di farmi vedere la casa, come una brava padrona, ma stranamente ci fermammo alla prima stanza (non che ce ne fossero molte altre). La stanza da letto, avevate dubbi?
Mi ci ha tuffato su quel lettone grande. Ed il mio equilibrio, vi assicuro, era molto facile da destabilizzare, sarebbe bastata una piccola spinta data con un dito, e invece…il signorino prometteva prestazioni da castigo all’altezza del Rioja! Ci avevo preso! Mi immobilizzò i polsi…che mossa azzardata! Non sopportavo quel senso di incapacità a muovermi. Mi tirò via pantaloni e perizoma, tutto insieme, e mi allargò le gambe di scatto, mi baciò tenendo le sue gambe incastrate nelle mie. Ero indifesa come Cristo in croce, stavo impazzendo in quella condizione da inchiodata. Sentivo tutto il peso del suo corpo su di me, il suo respiro caldo di vino sulle mie labbra rosse dello stesso vino, il suo cazzo che sembrava d’acciaio stava per esplodergli dai boxer e spingeva contro il mio ventre.
Allentò la presa quando scese con il viso tra le mie cosce e mi regalò un orgasmo da ridurre il piumone da strizzare! Ma io potevo ancora venire mille volte in più e lui resisteva, non so come poteva farcela! Ero totalmente ubriaca e tutte le sensazioni mi investivano amplificate per lo meno del triplo. Barcollavo in un’orgia di sensi. Poi sentii che dovevo dimostrargli la mia gratitudine e lottai un po’ per liberarmi dalle sue mani ma riuscii a togliermi la canotta svelandogli la mia generosa quarta. “Ohhhh…Ohhhh…mammina mia! Voglio essere il tuo bebé!” disse eccitato.
Mi sentii potente.
Era buffo! Con il solo sfoggio della balconata ero riuscita ad annientare un guerriero. Ero io ora il comandante. Gli affondai la faccia tra i miei due seni sodi e lui si attaccò ai capezzoli come se potessi davvero sfamarlo. Strofinai le tette su tutto il suo corpo, finché non incontrai un gigantesco e circonciso intoppo che s’incastrava perfettamente in esse. Finalmente venne ed il suo sperma colò sul mio petto come latte.
Ci abbracciammo e baciammo lentamente, eravamo stanchi e bagnati, nudi come vermi, ma ci sentivamo gloriosi.
Avevamo sete così ci alzammo.
“Non ti vestire” mi ordinò. “Mi piace vederti nuda.”
Ma la finestra della cucina era spalancata ed esitai.
“Hai paura che ti spiino”. Mi provocò Samuel.
“Se davanti a casa mia abitasse uno come te, che gira con il suo notevole arnese all’aria a finestre spalancate…bé…io lo spierei di sicuro.”
“Anch’io ti spierei. Lascia che pure gli altri godano di te! E poi…credi che venga a portarti da bere a letto? Uffff…stai fresca allora!”
Maledetto stronzo!
Eh, che tocca fare per bere!
“Che mi offri?” domandai spavalda, allungando il mio metro e ottanta di nudità sul divanetto piazzato giusto, giusto davanti alla finestra.
“Preferisci birra fresca o vino rosso?”
“il secondo.”
“Tu prendi una birra?”
“A me la birra non piace.” affermò aprendo il frigo con una cassa da sei dentro.
E’ pazzo, pensai. Credo che questo pensiero fu evidente sul mio volto, visto che lui mi tranquillizzò subito svelandomi che la comprava per quando i suoi amici gli facevano visita.
Rimasi ad osservarlo. Era nudo davanti a me e stappava un’altra bottiglia di vino. L’uomo ideale.
Mi divertivo a guardare il suo biscione dondolante. Samuel non era bellissimo, ma era affascinante. Credo che vivesse in un mondo tutto suo e in un tempo alieno a quello di tutti gli altri esseri viventi. Era in gamba. Era brillante.
“Tieni, con questo già inizi ad essere troppo vestita.” Mi sussurrò all’orecchio dandomi il bicchiere.
Notò la mia pelle d’oca. Si sedette accanto a me, prese le mie gambe e le adagiò sulle sue. Iniziò a rollare una canna. Lo vedevo passare la lingua sulla cartina, su e giù, senza sbavare e senza lasciare uno spazio asciutto, e ripensavo a quello che era riuscito a farmi poco prima con quella sleppa della grandezza di una fiorentina. Ecco, altro brivido, altra pelle d’oca.
Lasciò a me l’onore di accendere il cannone. Lui si alzò e andò verso la libreria. Tornò da me con un libro.
“Voglio regalarti questo. Spero tu non l’abbia letto.”
“El cartero. Charles Bukowski.”- lessi ad alta voce- “La verità è che non conosco nulla di questo scrittore. Perché vuoi che lo tenga io?”
“E’ il libro più bello che abbia mai letto. Sono sicuro che piacerà anche a te. Non ho dubbi. Adoro Bukowski. Mi faccio grandi risate con lui. Pensa sempre a scopare e a bere! Un grande! E poi, c’è da aggiungere che ti sarà utile per fare pratica con lo spagnolo”. Samuel era messicano ed io stavo studiando spagnolo.
Che presentazione eh! Praticamente questo qui mi sta dicendo che sono un Bukowski al femminile- riflessi. Non ero sicura che si trattasse di una lusinga ma decisi di si.
Sfogliai alcune pagine e la mia attenzione fu catturata da 2 righe sottolineate: Yo no era un robaperas. Yo quería el mundo entero o nada.
Alzai lo sguardo e dissi: “Grazie, davvero”. Se io stavo ricevendo uno dei doni più preziosi che Samuel potesse fare, lui stava ricevendo il grazie più spontaneo ed emozionato che io avessi mai detto fino ad allora.
“Trattamelo bene”. Mi raccomandò.
Lo baciai. Ora, ero pronta per dimostrargli la mia riconoscenza una seconda volta...la mattina dopo, meglio.







25/02 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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