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Il vento parla parole

Racconti

Il vento soffiava forte, e raggelava il petto e l’urina che m’usciva dal pene rattrappito per via del freddo. Era inverno ormai, una notte gelida in cui la sbornia faticava ad abbandonarmi. Ero stato fortunato. Quella sera avevo speso un capitale, in giro per bar, ma ero riuscito in un qualche modo ad anestetizzare il cervello ed a rinfrancar lo spirito. Stavo bene. Erano le due del mattino e mi ero ritrovato a mingere dietro ad un bidone dell’immondizia in pieno centro. Stavo bene. Le auto passavano, con i loro fari accecanti. Mi pareva di poter scorgere i sorrisi beffardi degli automobilisti, ero certo di poter udire i loro pensieri.
Il vento parla
suggerisce parole
d’amore,
risposte da dare.

Il vento ci sussurra
l’anima piange
e ascolta il messaggio
e medita…

Un cuore sobbalza,
niente più lacrime,
un ultimo sospiro
e nulla più..

solo parole nel vento.


Il vento soffiava forte, e raggelava il petto e l’urina che m’usciva dal pene rattrappito per via del freddo. Era inverno ormai, una notte gelida in cui la sbornia faticava ad abbandonarmi. Ero stato fortunato. Quella sera avevo speso un capitale, in giro per bar, ma ero riuscito in un qualche modo ad anestetizzare il cervello ed a rinfrancar lo spirito. Stavo bene. Erano le due del mattino e mi ero ritrovato a mingere dietro ad un bidone dell’immondizia in pieno centro. Stavo bene. Le auto passavano, con i loro fari accecanti. Mi pareva di poter scorgere i sorrisi beffardi degli automobilisti, ero certo di poter udire i loro pensieri.

“Povero ubriacone, povero callone, povero disgraziato, povero imbecille, povero povero,…ma vai a pisciare a casa tua. “Il vento soffiava forte e faceva freddo, tanto freddo. Ieri sera ho visto un ubriacone che girava per la città pisciando in giro, un po’ dove gli capitava. Sono certo che ora sia morto. Faceva freddo, troppo freddo”. Ecco cosa racconterò domani alla gente.”

Smisi di pisciare ed entrai in un altro bar. Sta città è piena di luride bettolacce, pensai, mi piace. L’aria soffocava i polmoni e richiamava alla bocca il pranzo che avevo ingurgitato il giorno prima: puzza di escrementi di gatto mescolati al fetore di tabacco, e di vino ingerito ed espulso dal culo. Il locale era cupo, con luci soffuse, inghiottito dal fumo, e musiche psicadeliche che accarezzavano i presenti. M’appoggiai al bancone ed ordinai da bere.

“Un altro pezzente, ecco un altro fallito venuto ad inquinare. Ma questa feccia non poteva restarsene a casa. Tutti qui devono capitare. Le ammazzerei tutte, queste schifose merde. ...(?!)”

Mi guardai attorno. Il posto era colmo di gente bizzarra. Puttane sghignazzanti e di colore, vecchi urinati, ragazzetti farciti di liquori, ed eroinomani che parevano più morti che vivi. La musica s’era fatta più ritmata. Bella musica, sì, proprio della bella musica. Finalmente l’oste mi portò la mia maledetta birra. La sorseggiai e m’accorsi ch’era allungata con dell’acqua. Non mi piaceva quel figlio di una cagna, mi fissava, mi guardava con troppo disprezzo. E per giunta m’aveva rifilato quello schifo sgasato privo di gusto e di malto. Cercai di fregarmene, ma una fievole bestemmia uscì dalla mia bocca.

“Povero diavolo, così giovane e già ridotto ad un cadavere. Un ubriacone solitario, un uomo della notte che s’aggira per i bar in cerca di chissà cosa. Barcolla ma non cade, il ventre gli è gonfio, sembra sporco, ma forse è solo una mia impressione. I denti giallastri, la barba sfatta e gli occhi semi aperti. Deve essere proprio sbronzo. Povero diavolo, così giovane, ed uno straccio per pulire il vomito farebbe più bella figura ad incrociarlo per strada. Ma non è malaccio, forse gli manca una femmina che lo faccia rigar dritto. Sì, non è malaccio.”

Tracannai quella fucked beer e chiamai qualcosa di più forte. Questa volta il maiale fu più veloce, e mi servì del rum in un bicchiere bello capiente. Buttai giù pure quello, in un paio di sorsi, e mi riappoggiai al bancone, un po’ per non cadere ed un po’ per tentare di darmi un tono.

“Si, non è malaccio..”

Intanto una femmina mi si era avvicinata. Era laida, vecchia, roba da capelli bianchi, dentiera e ragnatele nella passera. Iniziò a parlarmi, si vedeva ch’era sbronza, e subito mi convinsi che il fetore del suo alito si sarebbe potuto sentire anche in un cesso pieno di merda e con lo sciacquone fuori uso. Il pensiero di quella donna nuda mi rabbrividiva il buco del culo e afflosciava lo scroto. Era uno schifo, un mostro che pareva uscito da un qualche film dell’orrore o simili. Insomma, quella troia bastarda s’era messa in testa di farsi fottere, quella sera, e pareva di aver scelto proprio il sottoscritto. Minchia, stavo affogando nel letame e non sapevo come uscirne senza inciampare in una delle solite figuracce. Le avrei spaccato il muso a pugni e sfondato il culo a calci, ma il buon senso mi suggerì di lasciar perdere. Non volevo dare al maledetto barista un’occasione per cacciarmi dal locale e per non farmi mai più rientrare. Mi piaceva l’ambiente, e mi ci trovavo bene. Decisi allora di lasciarla parlare e di ordinare dell’altro rum. Il maledetto se la rideva mentre mi sbatteva sotto agli occhi quella bottiglia d’alcol scadente, pareva d’aver trovato nella vecchia un modo di vendicarsi di non so che cosa. Ma lasciamo stare. Mi colmai il bicchiere e passai il resto al mostro che fece altrettanto. Ci scolammo la bozza, con questa che parlava ed io che in principio cercavo di contare le rughe del suo volto. Poi ero troppo ubriaco, ne vedevo due, di volti, e pregavo perché sparissero entrambi. Ma niente, quelle due facce ghignanti ed arrapate stavano sempre lì, cercando di infilarmi in bocca delle lingue sudice e disgustose. Ero nauseato, mi venne da sboccare, e sboccai. Non stavo bene, troppo alcol, niente farmaci da giorni, ormai. Corsi fuori dal locale dicendo alla troia bastarda di non seguirmi. Non mi diede ascolto. Il vento soffiava forte e faceva freddo, tanto freddo. Il vento mi parlava, una voce diabolica s’impossessò dell’aria che mi circondava e gridava. Il vento gridava. Parole d’amore, urla di morti, strilli di bambini violentati, mutilati e poi uccisi. Non stavo bene, pensavo troppo velocemente, non riuscivo a ragionare. Le strilla continuavano. Urlai anch’io. La troia bastarda si spaventò, e con un modo di fare quasi materno mi strinse la testa tra le sue enormi e flaccide tette. Mi sentivo meglio, il battito del cuore mi calmava, e rendeva mansueto ed eccitato allo stesso tempo. Iniziai a spogliarla. Le sbottonai lentamente la giacca, mi liberai in qualche modo del maglione e le tirai fuori un seno. Le succhiai il capezzolo, all’inizio con una dolcezza che pareva eccitarla, farla ansimare, poi con foga, con una passione tale da sfociare in un morso violento e dilaniante. Un urlo di dolore accompagnò tutto quel sangue e il sapore della cruda carne che stringevo tra le fauci. La pace era finita, il vento aveva riiniziato a soffiare ed a gridare. Ordinava di uccidere, di colpire furiosamente, di fottere incessantemente quella vecchia e fragile carcassa. Sembrava impazzito, il vento, faceva paura. Le sue raggelanti risa, l’ossessione per il sangue, le strazianti urla che inneggiavano alla morte, ed il potere che esse esercitavano sulla mia debole e fragile anima. Il vento mi rapì ed io non opposi resistenza, in fondo vedevo nella paura l’unico mezzo per raggiungere il completo appagamento. Ad un tratto i bambini smisero di strillare ed il cuore rallentò il suo tachicardico battere. Il respiro si fece meno affannoso, ed i pensieri sempre sfuggenti si preparavano ad un inevitabile ma necessario compromesso con la realtà. Ero tornato in me. Stavo lì, in piedi, di fronte a quel cadavere che giaceva disteso in una pozza di sangue puzzolente, con il pene in erezione e un irresistibile desiderio di masturbarmi. Mi sparai una sega, venendo su ciò che rimaneva del mostro, ed andai a dormire.

Il vento parla
suggerisce parole
d’amore,
risposte da dare

Il vento ci sussurra,
un’anima piange
e ascolta il messaggio
e poi nulla più..

solo parole nel vento

Mi risvegliai nel mio letto. Era tardi, cazzo, ma forse ero ancora in tempo per la terapia del mattino. Mi vestii alla buona e uscii da casa. Il vento soffiava forte e faceva freddo, tanto freddo. Ma il centro era vicino e l’alcol smaltito. Non avrei dovuto avere grossi problemi, pensai, mentre mi avviavo per la strada avvolto dall’arsura, e desideroso di una donna, che mi facesse rigar dritto.
06/03 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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