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Wittgenstein 3.032

Racconti

Ieri ho affittato, per la prima volta nella mia vita, una stanza. Da ieri vivo in questa stanza in affitto a due passi dalla metropolitana, divido il bagno e la cucina con due ragazze. La mia stanza, ad eccezione del trittico scrivania-armadio-letto, è vuota. Non ho neppure una sedia, quella che ho trovato ha il piano sfondato e le ragazze sono state categoriche riguardo a quelle della cucina. Poco male, domani andrò a prendere la mia sedia personale: ne ho una in tela, tipo regista.
Ci sarei andato oggi, avevo deciso di iniziare oggi i lavori di ammodernamento, ma c’è stato un lutto nel palazzo. Oggi alle 11.45 il signor Raggi dell’ultimo piano si è suicidato. Io ero a letto, leggevo Wittgenstein, il Tractatus, precisamente il punto 3.032: “qualcosa si può rappresentare nel linguaggio non più di quanto, nella geometria, si possa rappresentare mediante le sue coordinate una figura contraddicente le leggi dello spazio, o dare le coordinate per un punto inesistente.”
Ho sentito solo un urlo. Per tutto il giorno c’è stato un andirivieni di ambulanze e carabinieri. Come si sa, da tragedie nascono altre tragedie. Dopo il suicidio, la signora raggi, da trent’anni sposata con il perito informatico giulio, si è sentita male. È arrivata un’altra ambulanza. A sentirsi male, poi, è stata l’anziana vicina, la vedova Del Sole, amica della famiglia Raggi e accanita giocatrice di burraco, passione condivisa con l’ormai vedova Silvia. Le due uscivano spesso la sera per recarsi ai circoli anziani di zona lasciando solo il perito, cosi mi ha riferito una coinquilina. La vedova Del Sole, più che sentirsi male, parve piuttosto esercitare un sacrosanto dovere di amicizia. In serata si è saputo che nell’ambulanza insisteva acché la mettessero in stanza con la sua amica, “quella vedova come me”, sembra abbia detto. I carabinieri, per parte loro, hanno presidiato l’intero palazzo fino a sera.
Questo caso li insospettiva molto, vista l’apparente mancanza di motivazioni. La vita di Giulio Raggi era stata tranquilla e tutto sommato lineare. Sposato dall’età di ventott’anni con silvia (che all’epoca ne aveva ventitrè), era da subito entrato in un’azienda informatica come programmatore e lì aveva sviluppato una carriera omogenea, che al momento del suicidio lo aveva portato ad avere una pensione mensile di tutto rispetto. Questo sembrava non quadrare ai carabinieri. Cosa poteva spingere un signore rispettato e benestante, padre di due figlie, a sua volta nonno, a gettarsi dal balcone di casa? In effetti la domanda appariva enigmaticamente macabra.
A me hanno fatto solo qualche domanda: “lo conosceva?” “no” “ha notato movimenti strani?” “sono qui da ieri” “si limiti a rispondere e non intralci le indagini”.
Non mi interessava intralciare le indagini, non mi interessava, altresì, rispondere a quelle inutili domande. Ciò che realmente mi sarebbe interessato sapere: si poteva considerare il suicido come qualcosa di e, per questo, un punto inesistente o quanto meno un punto di inesistenza? Il suicidio è ammissibile nello spazio logico?
In quanto inserito in uno stato di cose pare proprio di si, ma l’affetto e il calore rientrano nello spazio logico? Una domanda per il professor wittgenstein.
Appena ho sentito le urla della gente affacciata alla finestra, sono stato praticamente estirpato dalla coinquilina più anziana (risiede in casa da tre anni) che mi ha portato dritto sul posto. Se ne stava eccitata in contemplazione, [è stata lei che mi ha reso edotto riguardo la famiglia Raggi,] mentre le cervella del signor Giulio –cosi lo chiamava- ancora fumavano, senza muovere un muscolo, senza una lacrima, il suo viso sembrava ebbro, pensavo che a quel punto si sarebbe spogliata. Si era concentrata sulla testa, la mia coinquilina. Il ‘signor Giulio’ era caduto quasi di schiena, lanciandosi dal 5° piano. Una rotazione involontaria, durante la caduta? O un estremo tentativo di non provare dolore? O meglio, poteva il signor Raggi, aver affermato con un gesto il tentativo di rientrare nello spazio logico, cercando di ripararsi dalla caduta, evidentemente fuori dal suo spazio logico?
Il perito informatico giaceva sul braccio destro. quello, il primo a toccare terra, era esploso sulla mano, lasciando un moncherino cilindrico. La testa, oggetto prediletto della mia coinquilina, era spaccata a metà. Non ho seguito i rilievi perché ci hanno fatto allontanare, ancora adesso non riesco a comprendere come abbia fatto il cranio di quell’uomo a dividersi. Le due parti erano ancora attaccate al collo, ma una spaccatura triangolare le divideva, lasciando intravedere l’interno. L’occhio sinistro era ancora aperto, il corpo era immerso nel sangue, la scatola cranica appariva desolatamente vuota. Nel momento, non ricordo di aver provato un’emozione particolare, ma poco fa ho vomitato.
Dispersi dalle forze dell’ordine, ognuno è tornato ai fatti propri e con la sera è giunta la quiete.
In camera ho continuato a leggere Wittgenstein, 3.0321: “noi possiamo si rappresentare spazialmente uno stato di cose che vada contro le leggi della fisica, ma non uno stato di cose che vada contro le leggi della geometria”.
Mentre leggevo pensavo alla caduta, al moncherino, alla spaccatura, sentivo che in qualche modo c’era una relazione. Avevo certo qualcosa da dire sulla geometria e su come essa fosse un’invenzione e di come in natura non esista una linea perfettamente dritta o un triangolo.
“dio può creare tutto, ma nulla che sia contro le leggi logiche”, non si potrebbe conoscere un mondo illogico. Ma un dio logico potrebbe essere conosciuto, vista la natura ottimistica della logica.

Conclusione I

Cosi non è, cosi credo non sia, l’inconoscibilità dello spirito, il mistero, restano alla base di ogni vita. Non serve il progresso scientifico impazzito o la tecnologia dell’ultrapiatto, o animali decuplicabili, l’uomo per sopravvivere ha bisogno di ciò che non si vede, di ciò che non si può produrre. Nell’afflizione della solitudine il richiamo alla vita di una carezza.

Conclusione II

L’uomo acquisisce consapevolezza dello spazio, dello spazio logico,tramite il suo corpo. Io sono qui e ora con il mio corpo, volontariamente credo, dico volontariamente perché “non è unità che resiste al caso più del primo oggetto venuto”. Mi alzo dal letto, ho bisogno di una sedia, ho male alla schiena e un po’ di nausea. Le mie coinquiline dormono, penso a ciò che è stato. Penso che nessuno possa fare in modo che non sia più.
31/03 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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