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Bella la Vita, Baby.

Pensieri

È mattina. I miei capelli puzzano della serata precedente. I miei vestiti puzzano. Mi tocco la testa. La ritrovo solo come un ammasso indefinito arancione cotonatissimo. Mi prude la cute. Ripenso al sogno di stanotte. Mi tocco per cercare gli stessi difetti corporei che avevo nel mio istante onirico. No. Trovo solo i soliti difetti. Mi caccio via le coperte, prendo il quaderno ed inizio a scrivere il sogno, cercando di fare mente locale. Lo rileggo. Roba da pazzi, penso. Erano mesi che non sognavo cose così assurde e palpabili. Cerco dei calzini puliti e li indosso velocemente. Non ho voglia di andare a lavorare. Ma ci devo andare. Metto delle ciabatte viola ai piedi. Sono scomode e mi trascinano fino in cucina. Mia madre ha la testa chinata sul tavolo. Ha gli occhi gonfi. Sento dentro una frustata sullo stomaco. La saluto, come se fosse felice. La saluto con indifferenza. E lei con indifferenza saluta me.
Non incrocia il mio sguardo. Mi volto ed accendo il fornello. Latte di soia e caffè bollente e nerissimo. Niente zucchero. Marmellata di fragole e fetta biscottata. Mangiare mi fa uno strano effetto. Mi siedo di fronte a mia madre. Lei tiene la testa tra le mani. “Che cosa c’è?”. Lei non risponde. “Cazzo hai, mà?”. E lei: “Nulla. Non ho niente.” Mente spudoratamente e si vede. Lo vedrebbe anche un sasso che sta mentendo. Serro i pugni. Ingoio l’ultimo boccone. Io so cos’ha. Io so perché sta così. So di chi è la colpa. E so che la colpa è anche sua. Mi sento vecchia, di fronte a mia madre. Mi sento vecchia a vedere lei e papà a casa dal lavoro. Lei in cassa integrazione. Lui per invalidità. Mia sorella ormai sta da Quello Là. Ed io sto qui e perdo il mio tempo a lavorare. Ho una gran voglia di leggere e non ci riesco mai. Ho una gran voglia di dipingere e non ci riesco mai. Ho una gran voglia di ritagliare ed incollare, di fotocopiare ed imparare e non ci riesco mai. Non ci riesco più. Il resto del tempo che riesco a ritagliarmi, ormai lo consumo solo bevendo. Esco e mi sbronzo. Ripetutamente. Guido ripetutamente da ubriaca. Mi sento ripetutamente inutile. Avrei voglia di tingere le tende del mondo di rosso e di blu, di giallo e di verde. Sfiorare narcisi con le dita e giocare in mezzo ai cani. Annusare il fieno appena tagliato e dormirci dentro. Sono in gabbia. Sono grigia. Sono morta. Anzi. A metà fra la vita e la morte. Un limbo eterno di non-vita. Mi sento fragile. Ho voglia di fare l’amore. Ho voglia di odore di pelle. Ho voglia di carne dura contro le natiche. Ho voglia di capelli puliti. Ho voglia di giocare nei prati ed ho voglia di mare e di città d’arte. Fumo una sigaretta rollata a mano con gli ultimi aliti di fiato che mi restano dal giorno prima e spingo l’acceleratore veloce contro il cemento. Curve. Prati. Bambini che vanno all’asilo. Camion. Cancello. Curva pericolosa. Lavoro. Maledetto lavoro. Lavoro non mio. Lavoro non per me. Lavoro per Loro. “Ciao, Cri.”. “Ciao, Vale.” Asetticità. Ripongo il mio giubbetto rosa nell’armadietto. Sotto ci metto la borsa leopardata. Mi metto gli occhiali da vista. Riempio la bottiglietta da mezzo litro di acqua del rubinetto. Mi sistemo la gonna e la maglietta. Mi sistemo il reggiseno. Mi caccio un fazzoletto sporco in tasca. Ho il raffreddore da ottobre. Bah. Raggiungo la mia postazione. Accendo il monitor. Impugno la penna grafica. Ed inizio a lavorare. Otto ore col culo pigliato su una sedia. A volte mi accomodo con la gamba sotto il sedere. O a gambe incrociate. Devo stare attenta ad ogni cosa, altrimenti mi bacchetta. Cri non fa altro che stare a lavorare dalle 7 del mattino fino alle 9 di sera certe volte. Mi chiedo perché lo faccia. Che senso ha? Crede forse di potersi portare i soldi nella tomba? Ed i suoi due fratelli, anche loro miei capi, credono di poter mangiare banconote un giorno? Fosse per me, non sarei qui. Fosse per me, non si lavorerebbe in questa maniera. Fosse per me, mi accontenterei di un tozzo di pane ed una birra media. Anche dieci. Mentre lavoro penso alla gente. Penso alla mia famiglia. Penso a me. Penso tantissimo al sesso. Ho voglia di un bacio improvviso e caldo. Ho voglia di lingua contro lingua. Ho voglia di rosso ed umidità. Infila le tue dita tra le cavità del mio corpo. Sono un nido di liquida passione. Sono forma e sussulti. Ansimo al passare del tuo corpo sul mio. Che tu sia uomo o donna, io ti amo. Che tu sia morbido o tagliente, io saprò carezzarti in maniera adeguata. Scivola su di me. Sdraiati su questo ventre. Sono veli di carne pesante, ma trovo la leggiadria della passione al tocco che fa tremare.
Hai la potenza sessuale del bosco,
perciò ti amo.
Ed odori di selvatico.
La tua pelle più che pelle è corteccia
ed io mi ci aggrappo con le unghie,
mentre il tuo seme segue il lento passo
della lumaca sulla mia pancia.
Mi mordo le dita. Ho sonno. La mia testa pesa di fronte allo schermo. Non vedo l’ora che torni il venerdì. Non vedo l’ora che torni ossigeno. E sapore. Senza aromi, mangio la mia pausa pranzo che sa di pastasciutta e sigarette di tabacco. Poi di nuovo sul mostro meccanico mangiachilometri, fino al monitor. “Ciao, Cri”. “Ciao, Vale”. Viva la vita. Ascolto la radio. Ascolto stronzate. Perché non mettono mai gli ACDC alla radio? Radio Deejay, vaffanculo. Sì, a volte fate ridere, ma vaffanculo lo stesso. Giullari dello Stato. Fanculo. Meccanicamente canticchio col cervello, mentre lavoro. Ho sonno. Mi si chiudono gli occhi. Chissà se la mia padrona se n’è accorta mai? Mi alzo veloce e vado in bagno. Mi chiudo nel minuscolo cesso. Accendo la luce e mi siedo sulla tazza, senza togliermi né la gonna, né le calze, né le mutande. Mi chino. Avvolgo il mio volto tra le mani e chiudo gli occhi per un minuto. La mia pausa. Viva i Sindacati! Viva la Vita! Viva il Lavoro!
Se trovo chi l’ha inventato, il Lavoro, giuro che lo ammazzo. Certo. Quello che faccio io è sempre meglio che lavorare in miniera ed è sicuramente meglio di ciò che facevo prima. Ora non sono più costretta a caricarmi 50 kg alla volta di barattoli di colore senza muletto né niente, ora non sono più costretta a leccare il culo ai clienti giapponesi o tunisini, ora non sono più costretta a subirmi le lagne insulse di ben tre segretarie, ora non sono più costretta a lavorare a tredici gradi centigradi, ora non sono più costretta a parlare in inglese, che nemmeno lo capisco quasi, ora non sono più costretta ad indossare il tailleur, ora non sono più costretta a stare per otto ore in piedi in catena di montaggio ad appoggiare tappi su improponibili bagnoschiuma, ora non sono più costretta a pulire i cessi degli sconosciuti, ora non sono più costretta a recuperare indumenti intimi sporchi dalle stanze delle villeggiature, ora non sono più costretta a pulire la villa a Capo d’Arco del Signor Biagio Antonacci. Biagio Antonacci, vaffanculo, tu e le tue vetrate piene di salsedine. Ci abbiamo impiegato 4 ore per pulirle a dovere e facevano schifo comunque. Biagio Antonacci, prima di gettare 20.000 euro per dei pezzi di vetro inutili, pensa a come si lavano una volta installati. Biagio Antonacci, vaffanculo, anch’io vorrei un pianoforte come il tuo, un cesso bello come il tuo, una moglie come la tua, i libri di Nietzsche, Bukowski, Benni di quelle edizioni e tutti quei dvd. Abbiamo gli stessi gusti, Biagio Antonacci, perché allora non abbiamo gli stessi soldi? Lo stesso stereo multifunzionale? Le stesse donne delle pulizie, come ero io, sottopagate? Viva i Sindacati! Viva la Vita! Viva il Lavoro! Fanculo, Biagio Antonacci! E con tutto ciò, cosa mi ha regalato la vita? Una serie infinita di problemi personali, un’autostima che va a meno venti, una madre in cassa integrazione che ama uno che nemmeno conosco, un padre malato di cuore che fino a tre mesi fa si mangiava gli psicofarmaci a colazione, una nonna turbocattolica ed una vita da alcolizzata. Esco dal lavoro. Ore diciassette e trenta. Mi fumo la solita sigaretta, sfreccio in macchina. Entro nel primo discount del paese e mi compro una bottiglia di vino da 2 euro e dei preservativi a basso costo. Non si sa mai che stasera mi possano tornare utili. Al massimo potrò farci dei palloncini oleosi. Alle ventuno in punto già ho sonno. E domani devo ricominciare questo trantran mediocre e noioso. Spero che qualcuno mi uccida stanotte nel sonno.
31mar08
31/03 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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