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un'isola deserta

Racconti

Decisi di non andare più a trovarlo, sapevo che l'avrei rivisto a distanza di qualche anno e non avevo fretta di sapere con chi avrei passato ogni singolo giorno della mia vita. Del resto avevo già cambiato idea da tempo e non gli volevo affatto bene.
Essendo ancora troppo piccola mi fu impedito di fare quello che volevo e non potevo rimanere da sola in quella bettola guardare le figure che formavano le macchie sulle mattonelle o le crepe nei muri e il grasso dei fornelli che non venivano puliti, ché tanto non importava a nessuno.
Non potevo quindi nemmeno godermi tutta sola la fastidiosa compagnia stridula dei tram in frenata e quell'angosciosa vibrazione di ogni finestra della casa, come stessero per esplodermi addosso da un momento all'altro.
Era maggio e la città puzzava di pece e di polvere e non lo sopportavo ma avrei preferito ogni cosa piuttosto che andare in quel posto da lui.
I giorni passavano troppo in fretta perché io mi scordassi che prima o poi un'altra domenica sarebbe arrivata e non dormivo mai pensandoci.
Oltretutto dovevo incessantemente ascoltare urla e lacrime di un dolore straziante, quasi che la morte non potesse nemmeno essere l'ultima soluzione ma solo un'ulteriore e vergognosa sconfitta.
Mi annoiava ogni cosa, ero stanca di vedere sempre occhi lucidi e arrossati di pianto e la faccia di mia madre troppo vecchia per i suoi ventisette anni. E non mi parlava, non parlava con nessuno. Avrei voluto tanto aiutarla ma non ci riuscivo.
Continuava a singhiozzare e urlare cose, e imprecare, e dire era colpa nostra se lei era ancora viva, che se non c'eravamo io e miei fratelli l'aveva già fatta finita da un pezzo, che una di quelle notti ci avrebbe soffocato coi cuscini e saremmo stati tutti più felici. Volevo talmente tanto aiutarla che la odiavo come ogni cosa che mi circondava.
Era patetico come non riuscissi più a ridere e non c'era niente al mondo che mi facesse provare una felicità estrema, mi sarei accontentata di poco e invece quello che capitava alla nostra vita era sempre troppo e troppo brutto.
Per quanto riguardava la mia, di vita, si stava separando lentamente da quella delle persone a cui volevo bene. Forse perché erano tutte a seicento km di distanza da noi.
Mi vergognavo di raccontare se a scuola qualcosa mi aveva fatto piacere, o avevo conosciuto una bambina che era diventata mia amica, o la maestra mi aveva fatto un complimento. Figurarsi se in momenti del genere queste sono cose da dire.
Ero ogni giorno più arrabbiata, non sapevo cosa fare. Non conoscevo nessuno in quella dannata città.
Un giorno invitai un'amica a casa mia e giocammo tutto il giorno, mi vergognavo di mia madre che stava rannicchiata sul divano, in pigiama, accendendo una sigaretta dopo l'altra cercando di non piangere ma non c'era tanto spazio e dovevamo giocare per forza dove stava lei. Ero felicissima però.
Quando suo padre venne a prenderla mia madre gli chiese gentilmente se voleva prendere un caffè, lui entrò, si guardò intorno e altrettanto gentilmente rispose di no, prese sua figlia per mano e se ne andò di fretta.
Capii quanto gli faceva schifo quella casa, trattenni le lacrime perché faceva schifo anche a me, più di lui, e dovevo passarci ogni fottuto minuto là dentro.
Ogni volta che mi veniva da piangere non ci riuscivo perché poi mi si stringeva lo stomaco dalla rabbia e dall'orgoglio perché non volevo essere come lei.
Mi guardavo allo specchio e avevo gli occhi di vetro e un sorriso all'ingiù che non riuscivo a mandare via. Una paralisi facciale da non sottovalutare.
Successero tante cose in quegli anni, alcune le ricordo come se fosse ieri, altre un po' meno.
Cambiammo decine di città, la mia fantasia e il mondo che avevo creato solo per me erano le uniche cose che mi facevano stare tranquilla, avevo degli amici invisibili e ci parlavo, all'ora di cena ci salutavamo e il giorno dopo ci incontravamo di nuovo. Ci credevo veramente. Poi non so cosa successe ma andai in giardino, li aspettai e non vennero. Mai più. Me ne dimenticai dopo poco.


Arrivò il giorno che avevo atteso e temuto tutti quegli anni. Tornavo da una gita, erano quasi le 10 di sera, venne a prendermi mia madre. Aveva il sorriso negli occhi, sulla bocca. Tutto il suo corpo sorrideva.
Quel suo umore mi invase l'anima in un modo che non dimenticherò mai, mi fece paura perché guardandola da lontano avevo già capito che lui era tornato a casa.
Provai un fastidio indescrivibile a vederla così felice per qualcosa che, secondo me, le aveva fatto solo del male. E anche a me, a tutti.
Tornando a casa mi stringeva la mano, mi chiamava addirittura per nome, mi chiedeva insistentemente se ero contenta, andava di fretta e aveva uno strano odore, la faccia fresca come un fiore appena sbocciato, la pelle liscia e non vedeva l'ora di andare a cucinare qualcosa di buono.
Fosse stato per me le avrei amputato la mano e sarei scappata via, senza la sua mano ovviamente, che non serviva proprio a niente se non a farmi male.
Arrivai a casa e c'era lui seduto a tavola, con mio fratello sulle gambe e mia sorella che giocava per terra e lo guardava ogni tanto con quegli occhi giganti e tristi che aveva sempre.
Mi sorrise. Era felice di vedermi e si accorse che io non lo ero, non si sforzò di venire ad abbracciarmi. Sapeva quello che provavo per lui.
Andai in camera a mettere a posto le mie cose, mi strappai i capelli e urlai più forte che potevo senza fare rumore. Ero contenta un po', però.
Cenammo tutti insieme e lui e lei si guardavano e si toccavano le gambe sotto il tavolo. Mi facevano schifo da morire. Mangiavo, controvoglia, le patatine con le mani e lui si arrabbiò, ci fece mettere seduti dritti e composti sulla sedia, mangiare correttamente con la forchetta e il coltello, asciugarci la bocca col tovagliolo prima di bere dal bicchiere e mi fece legare i capelli che sennò, diceva, andavano a finire nel piatto.
Non finii di mangiare, volevo alzarmi come facevo sempre e invece no. -Quando finiamo di cenare tutti, allora ti puoi alzare e fare come vuoi- disse.
Avrei voluto rompere tutto e lanciare piatti e bicchieri contro il muro. Finito di aspettare gli altri mi misi a giocare col pallone insieme a mio fratello, rompendo oltretutto una lampadina.
Venne da me e mi diede uno schiaffo. Lo schiaffo più bastardo e doloroso che avessi mai ricevuto in tutta la mia vita.
Non capivo più niente, non me lo meritavo. E lui cosa voleva? Chi era? Come si permetteva? Non piansi, non volevo dargli soddisfazione e gli dissi che era meglio se fosse rimasto dove stava.
Non ci parlammo per troppo poco ma nel frattempo gli sembrò essenziale mettere in chiaro il fatto che dovevo portargli rispetto.Come se fossi una bambina stupida e immatura, come se non sapessi niente di lui.
Da quel giorno in poi, fino ad ora, è stato sempre insieme a noi, ed ha, a volte, persino preteso di parlare con me, di capire le mie cose, di dirmi che non potevo essere momentaneamente "giù di morale", che c'è gente che muore di fame o ammazzata, (come se non sapessi niente di lui), che mi faccio problemi inutili, che sono egoista e non ho amore per niente. Come se sapesse tutto di me.
Del mio odio non gli ho mai parlato, e di come mi si rivolta lo stomaco quando ricordo cose che qui non ho detto non gli ho mai parlato. La sua vita l'ho vissuta interamente anche io, attraverso le parole che comprendevo, quello che ho visto, quello che mi dicevano e che capivo e capii troppo presto.
Ma in fondo lui ha sofferto, si è riscattato, vive per me, per noi, per gli altri, ché non ha ormai più nulla da perdere. Io mi sto perdendo quasi tutto e non lo sa, forse non si immagina nemmeno che non siamo la stessa persona, però sorrido e penso che non vorrei parlare mai con la morale stanca del mondo, in camicia di forza su un'isola deserta. Non lo faccio, non lo farò mai.

08/04 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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