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lorenzo

Racconti

Impotenza .
Forse è questa la parola che sento più vicina.
Come in quei giochi in cui devi collegare un personaggio ad un sostantivo o ad un evento.
Con il mio nome non ci sarebbero dubbi: impotenza.
È strano vedere come il mondo invece si muova da tutt’altra parte.
Accendi la tv e sai quello che succede all’altro capo del mondo, fai un giretto su internet e sai come si divertono i ragazzi del Delaware.
Tutto è a portata di mano e tutto sembra così facile da conoscere, capire e cambiare.

Scoppia una guerra e migliaia di persone nel mondo manifestano per la pace.Tutti si sentono coinvolti negli affari di tutti e si sentono in grado di poter fare qualcosa per cambiare le cose.
-Cosa c’è dietro quella collina?
Nel corso della storia milioni di piccole e grandi menti si sono poste questa domanda.
Quelle menti avevano dei confini da superare e così tanta voglia di farlo da riuscirci.
Oggi che senso ha farsi quella domanda?
Più è facile sapere, più la percezione dei tuoi limiti si acuisce.
Dove andare se puoi andare dovunque?
Sono prigioniero dell’indecisione.


La nebbia mattutina si è diradata da poco e l’odore di umido lascia spazio a quello di pesce marcio del fiume.
Rimango seduto sull’argine aspettando che le mie narici si abituino.
Dall’altra parte del fiume un po’ d’erba è cresciuta dove la terra è riuscita a rimanere aggrappata al cemento.
Il sole si vede appena dietro le nuvole e non basta certo a riscaldarmi il naso e le orecchie.Ci sono momenti in cui non li sento più, ma basta una raffica di vento a ricordarmi che sono ancora lì.
Le mani sono rosse dal freddo e tenere in mano la penna mi fa male , ma non importa, devo scriverle.

Sono da poco passate le otto e il traffico mattutino scorre regolare alle mie spalle.
Tutto tranquillo.
A parte me.
Firenze, 1 ottobre 2003
Ore 8,07
Non mi ero mai reso conto di quanto potesse essere difficile scrivere una lettera.
Mucchi di idee e sensazioni la cui unica aspirazione è arrivare per prime alle mie dita:
essere Prime nella pagina che ho scritto per te.
Tanto per cominciare sappi che in quello che ti scrivo non c’è niente che segua una logica. Mi sono solo messo davanti ad un foglio con una gran voglia di lasciarti qualcosa che sopravvivesse a pochi momenti che abbiamo passato e che passeremo ancora insieme.
Qualcosa che tu possa rileggerti mentre sarai lontano da me aspettando di uscire con i tuoi nuovi amici.
Con il tempo forse queste poche righe diventeranno qualcosa che ti ricorderà dei tuoi Vecchi Amici e dei momenti passati con loro.
Non è passato molto tempo da quando pensavo che non mi sarei più svegliato con il sorriso sulle labbra pensando ad una ragazza, da quando avere vicina una persona mi faceva paura. Pensavo che non avrei avuto più voglia di mandare messaggi o di fare telefonate di ore.
Avevo condannato a morte quei sentimenti e mi dava una strana sensazione vedere i miei amici rincorrere le loro ragazze.
-ho una gran voglia di vederla..
-no, non esco stasera…prendo un film e lo guardo con lei…
-mi manca.. non la vedo da una settimana…
tutte frasi che non mi sarei mai neanche sognato di pensare. Riuscivo solo a provare compassione.
-Persone che non riescono a vivere da sole …
mi dicevo.
Poi ho capito la marea di cazzate che mi ero raccontato.
Me ne ero raccontate così tante e per così tanto tempo che avevo finito per convincermi.
Ero così convinto che avevo cominciato a filtrare la realtà con le teorie nate da quella bugie:
-mai tanto vicino ad una persona da far diventare le sua sola esistenza fonte di gioia.
-mai tanto vicino da far diventare la tua esistenza fonte di gioia per una persona.
Anni a farcirmi di questa cazzate.
Poi un momento.
Un solo momento perché diventassero storia.
Storia da saggi scolastici tipo “Hitler e campi di concentramento” : periodi così brutti che dovrebbero essere ricordati nei secoli solo per essere sicuri che nessun altro commetta lo stesso errore.

Ictus.
In latino significa colpo.
In italiano si usa per persone “colpite” così forte da essere morte.
Ed è quello che è successo a me.
Ti ho visto e sono morto.
Morto e rinato per vivere un nuova vita.
Fatta di voglia di godere di ogni sensazione che la vita possa darmi, in qualunque modo voglia darmela.
Cominciando da te.
Qualsiasi cosa ci sia e ci sarà tra noi, qualunque città fara da sfondo alle nostre vite, in tasca avrò sempre la foto della volpina che mi ha fatto rinascere.

Ieri sera mi hai detto che non saresti tornata questa settimana.
Me lo hai detto dopo quattro giorni che non ci sentivamo, quattro giorni di cui ho contato le ore per come mi sono sembrati lunghi.
Mi dispiaceva non sentirti.
Ero preoccupato per te, volevo aiutarti…magari solo facendoti ridere.
Sono scelte difficili quelle che devi fare.

C’è un proverbio arabo che mi ha sempre colpito e che mi sembra adatto a questa situazione. Ci vedo un significato diverso ogni volta che ci ripenso, ma forse la sua saggezza sta proprio in questa particolarità.
“lancia il tuo cuore davanti a te e corri a raggiungerlo”
Pensaci bene e, qualunque cosa ci leggerai, sarà la cosa da fare.
Buongiorno per ogni mattina che ti sveglierai,
buonanotte per ogni sera che ti addormenterai.

p.s. mi sei mancata,
e mi mancherai quanto te ne andrai.
Ora ho solo voglia di tenerti stretta per tutto il tempo in cui potrò farlo.


Mi stendo sul divano e sento le vertebre che si allontanano l’una dall’altra, lentamente. Un brivido mi corre lungo la schiena.
Piacere.
Cerco il telecomando. Lo trovo nascosto tra i cuscini del divano. Accendo la televisione e salto da un canale all’altro.
Gli occhi si chiudono di noia, cadono come ghigliottine sulla voglia di uscire.

Potrebbero essere passati trenta secondi o un’ora, non riesco a capirlo. Il telefono squilla.
Sgrano gli occhi, cerco di metterlo a fuoco.
Squilla di nuovo.
Rispondo cercando di essere il più naturale possibile. Mi stupisco di quanto la mia voce stoni con la mia condizione: è squillante, attiva.
-pronto!?!
-Ti va di uscire stasera? Andiamo al Wet c’è l’Halloween Party!
Non riesco a dire di no.
-Ci troviamo dentro. Io arrivo verso mezzanotte. Ok?
-Ok.
Col cazzo che è ok, ma che potevo dirgli?
Non ho voglia di uscire, sono a pezzi, depresso ed è uno di quei giorni in cui mi sento così brutto che non mi guardo allo specchio mentre mi faccio la barba. Anzi, è uno di quei giorni in cui la barba proprio non me la faccio.

Mi alzo e faccio tutto automaticamente.
Mi riprometto di non pensare, mi aiuterà a non deprimermi per la serata di merda che passerò.
Ci metto un po’ a vestirmi , scelgo tutto con cura: dai boxer all’orologio.
In macchina rompo il mio fioretto.
- Il Wet: grande abbastanza per contenere tutti gli stronzi della città, ma troppo piccolo per trovarci qualcuno che valga la pena di ascoltare.
Chi cazzo me lo ha fatto fare di andare in quel posto di merda?
Un amico. Mi rispondo.
Se veramente lo fosse avrei potuto dirgli di no e invece sto guidando verso un posto in cui ho giurato almeno cento volte di non rimettere più piede.
L’Halloween Party … fantastico, una festa adottata per combattere la paura di provincialismo che ci attanaglia, una festa che, per quanto ne so, esiste solo nell’universo del cinema, galassia dei telefilm, accanto al pianeta dei Fottutissimi Portoricani e dei Texas Rangers Solitari, il pianeta in cui se hai fatto del male alla mala puoi sempre scappare in Messico e passare la vita su una spiaggia stupenda a bere tequila mezcal abbracciato ad una strafiga…
Smetto di pensare grazie al cellulare: un messaggio.
-Solo mezzo : ) ce la fai ? sono al Wet…-
È di Giulia: una vita pericolosa nascosta dietro 40 caratteri.
Mi dico che forse ha perso il controllo della situazione se si accontenta di averne così poca elemosinandola, con così poco preavviso, da uno che le è venuto in mente solo scorrendo la rubrica del telefonino.
- consideralo già fatto- digito velocemente con un occhio alla strada e uno al telefono.
Dopotutto non sono fatti miei.

Ho trovato posto per la macchina dopo un secolo e a chilometri di distanza.
Mi incammino.
Giro l’angolo e comincio a vedere la fila all’entrata.
Ci saranno cinquanta persone.
A me sembrano un migliaio.
Alcuni parlano, altri ridono, altri ancora si baciano.
Mi avvicino lentamente stringendomi nel giubbotto un po’ di più ad ogni passo.
Il brusio si trasforma in parole, le parole in battute e le risate hanno finalmente un senso.
Mi metto in coda e aspetto.

Andrea si avvicina al bancone e chiede un Negroni.
Un terzo di gin.
Un terzo di vermouth rosso.
Un terzo di Campari.
Mentre segue i movimenti del barman profetizza:
- il primo non mi farà niente… il secondo lo sentirò salire, il terzo mi piegherà e mi trasformerà nel ragazzo più socievole della terra .
Si guarda intorno e scorge la sagoma di Luca.
Gli va incontro e vede che ha avuto la sua stessa idea.
Alzano i bicchieri al cielo e bevono fino all’ultima goccia.

Come sono vestiti, come camminano, i loro sguardi , tutto è ricercato e calcolato. Seguono alla lettera il manuale del perfetto seduttore moderno.
Un’arte antica, la seduzione, e in continua evoluzione.
Se vuoi avere successo devi tenerti informato: quintali di mensili maschili, tonnellate di riviste femminili, cicli intensivi di tele-terapia e si sa quando ti alleni con impegno tutta la settimana la domenica il mister ti fa giocare…
Un rapido gioco di sguardi e si avvicinano a due ragazze. Cominciano a ballare davanti a loro. Uno di loro porge la mano e dice :
-ciao! Sono Giulio … piacere!
“Niente frasi a effetto, la semplicità è una sicurezza”(GQ o Men’s Health , non ricordo…).
Dopo le presentazioni le invitano a bere qualcosa al bancone .
Si incamminano per primi: “si sentiranno meno osservate e avranno un po’ di tempo per decidere chi dovrà parlare con chi… ricordate: sono le donne a condurre il gioco”(… forse Max).
Beatrice ed Alessandra sono molto carine.
Entrambe bionde, sul metro e settanta, vestite come da manuale.
Ostentano una ricercata semplicità.
Sopracciglia curate, poco trucco, french manicure, borsa di marca e abiti ricercati.
Perfette.
Bevono caipiroska alla fragola frozen.
Sofisticate.
Qualche minuto con loro e arriva il terzo Negroni e la profezia di Andrea non tarda ad avverarsi.
Le ragazze studiano al Polimoda e sognano che qualche grande azienda del Made in Italy le faccia vivere tutta la vita tra aperitivi, feste e modelli.
Loro parlano, i ragazzi sorridono e annuiscono.
“…alle donne piace chi sa ascoltare…” (..probabilmente Marie Claire ).
Beatrice ha guardato Andrea da dietro la fragola del suo drink un milione di volte e a continuato a farlo giocherellando con la cannuccia.
La scelta è stata fatta.
Lui le porge la mano abbozzando un inchino e la invita a ballare con ironica cortesia ottocentesca.
Si allontanano dal bancone, questa volta e lui a camminare dietro.
Beatrice ha un bel corpo : tre o quattro volte la settimana in palestra per fare G.A.G, Step coreografico, Pump, Fit-boxe o Spinning.
Cominciano a ballare e i secondi che passano sono inversamente proporzionali alla distanza che li separa.
Gli sguardi indugiano sulle labbra inumidite dalla consapevolezza di quello che sta per accadere, le mani si cercano e si toccano nervose scivolando sui loro corpi.
Andrea le accarezza il collo e la nuca mettendole la mano sotto i capelli che le scendono lunghi fin sotto le spalle.
Con entrambe le mani lei gli percorre la schiena: dall’alto verso il basso, lentamente.
Non c’è fretta, vogliono gustarsi il momento.
Negli occhi c’è desiderio e nei corpi ancora indecisione.
Lui la avvicina a se mentre con il dorso dell’indice le accarezza la guancia.
Continuano a guardarsi negli occhi.
Andrea le sposta lentamente l’indice sulle labbra.
Le sente morbidissime mentre lei chiude gli occhi e reclina un po’ la testa socchiudendo le labbra.
Lui ha appena il tempo di accorgersi di quanto sia sexy in quella posizione che le loro lingue si incontrano.
-Ha un buon sapore… si dice Andrea mentre le mordicchia il labbro inferiore.


Stavo percorrendo il mio Miglio Verde fuori da quel locale di merda e aspettavo, calmo come una mucca, il momento dell’esecuzione. E pensavo e guardavo e pensavo ancora.
Starsene in coda davanti ad un locale e come fare un giro ad un museo di antropologia moderna. I vestiti e gli atteggiamenti parlano di subculture diversissime tra loro eppure accomunate da un maniacale voglia di apparire. Ho sentito dire a qualcuno che oggi siamo nella società del “video ergo sum”: ha ragione.
Prendi quella ragazza laggiù, dall’altra parte della strada seduta su quel vecchio special: chi sta aspettando? dove è stata oggi?
Una cosa e sicura: non entrerà al Wet.
Una che va in un locale non si porta dietro un libro.
Cerco di avvicinarmi.
Jeans larghissimi e un piumino bianco, corto e molto avvitato. Porta scarpe da skate a cui ha cambiato i lacci in modo che si intonassero a un golf che le lascia la pancia scoperta.
Faccio altri due passi verso di lei.
Minuscole sopracciglia sovrastano occhi grandi e attenti che scorrono veloci le pagine. Ha un piercing al labbro inferiore e si siede scomposta: con un piede appoggiato alla sella ed incastrato dietro il ginocchio dell’altra gamba.
Stringo gli occhi per cercare di mettere a fuoco il titolo del libro.
-Ciao!
-Chi è la stronza che osa interrompermi? Penso.
-Ciao Giulia! Pensavo fossi gia dentro… Dico.
-Si, sono uscita… non mi va di pippare li dentro, così ti sono venuta incontro. Andiamo a casa mia, i miei sono via per il week-end …staremo tranquilli.



Alchimia è la parola d’ordine : Alchimia.
Attrazione, un paio di bottiglie di chianti, due righe e Ben Harper.
Era logico che finisse così.
Mi fanno tenerezza quelli che pensano che le donne non facciano sesso solo per il piacere di farlo e mi fanno tristezza quelli che pensano che le donne siano geneticamente troie.
Sono le sette ormai e lei dorme accanto a me.
Dopo averlo fatto sul letto siamo andati sotto la doccia e l’ho leccata fino a quando le gambe non l’hanno più sorretta.
A quel punto si è seduta sulla vasca ed io continuato
imperterrito il mio lavoro.
L’ho sentita urlare e le ho visto stringere le dita dei piedi come fossero pugni.
Ho sentito il brivido che le percorreva schiena mentre affondava le sue mani nei miei capelli.
Ha continuato a stringermi al suo ventre fin quando non ho sentito le sue cosce e il suo addome, così tesi fino ad allora, rilassarsi lentamente.
Avrebbe dovuto ricordarsi di me, avrebbe dovuto raccontare alle amiche come e per quanto tempo la mia lingua l’abbia fatta impazzire.
Il suo racconto sarebbe stato il mio biglietto da visita, la mia pubblicità, il lasciapassare per altre fantastiche notti di sesso.

Le ho dato la lettera.
E non mi ha ancora chiamato.
Forse dovevo rileggerla ancora una volta.
Forse dovevo scriverle qualcosa di più.
Forse, semplicemente, non dovevo scriverle.
Forse …
-oh cazzo l’autovelox!
Mi aggrappo al freno anteriore della moto. Decelero bruscamente e guardo nei suoi occhi di vetro quel mostro infernale creato apposta per far incazzare la gente.
Prima era più facile.
C’era il vigile, il poliziotto, o il carabiniere..
Una persona in carne ed ossa che ti fermava e, guardando i documenti, ti diceva, con voce lenta e accento del sud :
- Signor Risaliti Lorenzo. Pausa.
- Non stava andando un po’ troppo forte? Pausa.
- Lei, Signor Risaliti, contravviene all’articolo…
- È prevista sanzione pecuniaria…Continuava.
E giù a snocciolare articoli del Codice della Strada come mia nonna il rosario.Tu allora cominciavi una lunga ed estenuante trattativa con le forze dell’ordine degna del miglior action movie hollywoodiano e alla fine, ma solo alla fine, ti beccavi la multa.
Quella trattativa ti dava l’impressione di avere ancora una speranza: ti avevano fermato, ma non era ancora tutto perduto.
Con Serena non c’era stata trattativa.
Non c’era stata speranza.
Le avevo dato me stesso nudo su un tavolo operatorio.
Lei mi aveva guardato a lungo negli occhi e mi aveva tirato su il lenzuolo sulla faccia, facendo di no con la testa, senza una parola.
Ci ho provato, lo giuro, ci ho provato, ma niente da fare.

Quella era una delle tante mattine di fine estate che avevo visto nei miei ventidue anni di età. Il cielo era così celeste ed uniforme che sembrava colorato a tratti larghi da un pittore inesperto. Del sole, quella mattina, si vedevano i raggi, tanto era limpido il cielo, e, benché avesse percorso solo un quarto del suo emiciclo, impastava con la sua luce tutta la città.
Pietra serena, marmo, sampietrini e giapponesi. Tutto era un po’ più giallo quella mattina a Firenze ed ero giallo anch’io: ne verde felice, ne rosso depresso.
C’era lezione in Santa Reparata e quella mattina avevo deciso di andarci, ma mai prima di aver preso la mia terza dose di caffeina giornaliera.
Mi fermai in piazza San Marco.
Camminando dalla moto al bar cercai il cellulare. Da un paio di giorni avevo capito la differenza tra durata della batteria in stand-by e in conversazione. In una settimana avevo caricato il telefonino solo una volta, solo per un’ora.
Non sentivo nessuno da un pezzo.
Molti dei miei amici se ne erano andati a Sharm approfittando di un last-minute e dell’assenza di esami.
Io non avevo un euro e di chiederli ai miei, senza risultati da mesi, non se ne parlava.
E poi non mi andava.
Volevo stare un po’ solo, tranquillo.
Chiesi un cappuccino.
Latte e caffè nelle giuste quantità nascosti da due dita di schiuma. Esattamente come dovrebbe essere una donna. Caffè per parlare, latte per coccolare, nascosti da un corpo di schiuma per fare l’amore.
-Ciao Lorenzo! Sentii fare alle mie spalle.
Mi girai e vidi Marta. Aveva fatto il liceo con me e, come con tanti altri, c’eravamo un po’ persi di vista.
-Ciao! Le strinsi la mano e la baciai sulle guance senza dimenticarmi di sorridere.
-Lei è Serena. Disse indicandomi la ragazza che aveva a fianco.
-Studia a Firenze da poco, è di… cominciò a raccontarmi la vita della sua amica e io volevo ascoltarla, lo giuro, ma non riuscivo a non guardare Serena negli occhi e gli altri sensi persero inevitabilmente di efficacia.
-Ciao, Lorenzo. Le dissi continuando a guardare la Pace in quei magnifici occhioni verdi.
Mi sentivo il sorriso della Gioconda stampato in faccia.
-Ciao, Serena! Disse lei prendendo la mano che avevo lasciato tesa in mezzo a noi da non so quanto tempo.
Così cominciammo a parlare e venne fuori che lei era di Parma e che era costretta a trasferirsi spesso perché il padre lavorava alla Farnesina e lo spostavano di qua e di la a curare gli interessi della repubblica.
Studiava Scienze Politiche e, soprattutto, non aveva il ragazzo.
-Sposta la manopola da giallo neutro a verde felice! Mi dissi.
Marta era sempre stata una secchiona di seconda categoria, di quelle che sanno le cose solo perché le studiano per ore.
Aveva avuto una sorta di venerazione per la prof. di latino e greco, una certa Bussolati, e, ero sicuro, andava ancora chiederle consigli travestita da vecchia amica.
Con un profilo così poteva solo essersi iscritta a lettere antiche e fui felice di apprendere che la mia analisi era corretta. Le mancavano solo due esami e come era prevedibile:
-devo proprio andare a studiare… si è fatto tardi! Disse.
Ci salutammo e mi offrii di accompagnare Serena in facoltà.
Dopotutto anch’io studiavo a Scienze Politiche!

Quella mattina non la portai all’università, salimmo in moto e imboccai la Cassia.
Attraversai il Chianti e guidai lento fino a Siena.
Parlavamo coccolati dalle curve, ridevamo molto e ci prendevamo in giro per gli accenti.
Ci baciammo a lungo quella mattina, ci baciammo con tutta Siena sullo sfondo.
La mattina diventò sera e la sera si fece notte.
Sulla via del ritorno mi fermai in un agriturismo, telefonammo a casa e raccontammo una stronzata .
Facemmo l’amore a lungo quella notte, guardandoci negli occhi.
Senza mai smettere di sorridere.


-Pronto?!
-ciao Serena! Oh…finalmente! Lo sai che giorno è oggi?
-Martedì
-Martedì, 16 settembre due zero zero tre, per l’esattezza.
-e allora?
-allora sono quattro giorni che non ci sentiamo! Come stai, amore?
-come una dea! Scusa se non ti ho chiamato, ma mi sono successe tante di quelle cose…
-che ti è successo?
-ho conosciuto un ragazzo…
-e com’è??dai! dimmi!
-è bello da impazzire…
-vabbè … lasciamo perdere la bellezza… conosco i tuoi standard ed è meglio se giudico con i miei occhi. L’ultima volta che hai detto “bello da impazzire” sembrava la brutta copia di Alberto Cavalieri, detto Brufolo, quello di terza b, te lo ricordi ?? Mamma mia quant’era brutto quel povero ragazzo!
-si, ok, hai ragione… Giovanni non era bellissimo!!!
-dai continua… dove l’hai conosciuto? …che ti ha detto?
-beh…
-gliela hai data? Dimmi di no… lo sai che se gliela dai subito perdono interesse...dimmi che non l’hai fatto.
-non ho resistito! Ho passato quattro giorni in un film. È stato tutto semplicemente perfetto…
-è la fine.
-dai, non essere pessimista!
-io non sono pessimista, sono realista.
-ecco, lo sapevo, ho sbagliato numero e ho chiamato la mia coscienza!
-dai… non fare la scema! Lo sa che devi andare in Thailandia tra neanche due settimane?
-no! E non deve saperlo. Non partirò. Rimarrò qui, parlerò con papà e gli dirò che questa volta rimango dove sono.
-non ce la farai mai, lo sai come è fatto.
-hai ragione… da sola non ce la farei, ma ho pensato anche a questo. Domani vengo su a Parma e parlo con mia madre, mi aiuterà.
-tua madre è a Parma?
-si deve sistemare delle cose a casa di nonna… non ho capito bene..
-allora, amore mio, ci vediamo domani?
-si, ti chiamo quando sono alla stazione così mi passi a prendere. Ok?
-ok! Bacini!
-ciao Marianna, a domani.

Piii - piii.
Piii – piii.
-Ti deve aver colpito molto…era un po’ che non ti sentivo così…ti auguro ogni bene..mi piace quando sei felice…Marianna-
Serena sorrise a lungo continuando a guardare il telefonino poi, digitando veloce con entrambi i pollici, rispose e, uscendo da casa, rimise il cellulare in borsa.



Starà via per poco, ha un borsa minuscola.
È magnifica nel giubbotto di pelle che le ho prestato per il breve tragitto in moto.
Mi fa lo stesso effetto della camicia.
Avete presente quando fate l’amore e poi lei si mette la vostra camicia? Le gambe nude e nervose che spuntano da sotto, il seno appena coperto dall’unico bottone allacciato: sensualità allo stato liquido.
La giacca le sta grande e il seno le ballonzola sodo affacciato dalla cerniera tirata su a metà.
Quasi quasi devio e la porto a fare l’amore da qualche parte, anzi, lo faccio qui, in pieno centro storico, con i turisti a farci le foto.
-ciao!
-ciao!
-a cosa pensi?! Niente.. ho un esame la prossima settimana e non ho ancora aperto il libro.
-davvero? Hai uno strano sorriso sulla faccia.
-vabbè…
Dissi fingendomi imbarazzato.
-Ad essere sincero stavo pensando a te nuda coperta solo dal mio corpo..
Ridemmo entrambi, interrotti soltanto da una serie infinita di baci appassionati.

La portai alla stazione, se ne sarebbe andata solo per un paio di giorni. O almeno era quello che pensavo.
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