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CAVITA’ E SIMBOLISMI (sogno della notte tra il 17 ed il 18 aprile 2008)

Pensieri

Stato di semi allerta. Ingiustificato. Come se una mela mi si fosse conficcata nello sterno. Narici che non sfiatano. Io non ho fiato. Mi giro su me stessa. Una, due, tre volte. Attorno c’è il sole, ma nubi scure in fondo all’orizzonte. Voglio una mano che mi sorregga. L’ho dimenticato. Non so più come si fa a camminare. Lasciatemi stare, api. Una volpe. Coda lunga e folta. Sfreccia di fronte a me. Non posso calpestarla. La amo. È magra. Si tuffa nei cespugli. Si volta. Mi guarda e sorride. Un sorriso da scimmia. Mi sento un’imbecille. Sudo. Cerco la via per raggiungere il treno. Tutto è confuso. Tutto è stranamente al suo posto. In questo bosco, si respira aria buona.
Accanto a me, una ragazza. Bella, giovane, dai capelli corvini e le forme tornite. Amo anche lei, più della volpe. Mi si accoccola sulla spalla, mentre cerco disperatamente il treno. Inizio a correre e lei con me.
È bella, con la luce del sole che buca le capigliature verdi e giallo nausea degli alberi. Odore di terra. Muschio. Corriamo. Le scarpe nel fango. Il mio vestito verde marcio si inzuppa di acqua piovana. Pozzanghere di lacrime del cielo notturno. Ora è mezzogiorno. Non ho fame. Anche se è mezzogiorno. Corriamo, anche se è mezzogiorno. Tienimi la mano, anche se è mezzogiorno. C’è qualcuno. Lo so. Lo sento. Sento il suo odore. Sono un animale selvatico. Sento odore di cadavere. Sento marciume. Sento qualcosa di terrificante dietro di me. Vecchia! Vattene via! Una vecchia coperta di cenci. Neri e marroni. Stringe, come fosse un pupazzo, un neonato consumato. È piccolo, fragile, livido. Smetto di correre, appena lo vedo. Mi sento male. Mi sento male. Il bambino non ha un occhio. Dentro è cavo. Sorride con una bocca senza lingua né denti. Mi sento morta. Mi sento malata. Mi sento svenire. Andiamo via. Andiamocene ora. No, non posso fuggire. Quel bambino non ha un occhio e l’altro è carne e pelle, senza palpebre. Liscio. Guarda. Guardate il suo petto. Il suo cuore spunta da sotto la pelle, creando un gonfiore violaceo e giallastro. È sporco di pus. La sua gola è aperta e mezza cicatrizzata. Escono liquidi che puzzano, da quella gola. Ha le braccia minuscole e le gambe immobili. Sorride. Anche se è malato. Sorride. La vecchia lo tiene per un braccio. Lui dondola e viene scaraventato come un pezzo di pollo marcio da una parte all’altra, nell’aria. Dovete aiutarmi, dice la vecchia, voglio guarirlo. Lei dice che bisogna andare a raccogliere la passiflora ed un’altra erba che ora non ricordo, affinché il neonato morto guarisca. Io penso che siano solo cazzate. Quel bambino come può guarire conciato così, a sole erbe? Come può guarire se tu, vecchia, lo tieni per un braccino elise? Trattengo il vomito e cerco di rubarglielo. Lo voglio io. È mio figlio. Bambino mio, non decomporti. Piuttosto ti lascerei in pasto ai vermi, anziché farti soffrire per altri 10 giorni. Ti amo, anche se puzzi. Lei mi graffia una guancia con le unghie, appena cerco di prenderglielo. Le unghie più affilate che io abbia mai visto. Mi tengo la guancia. Piango e mi incammino con la ragazza dai capelli corvini e, poco dietro, la vecchia verso la stazione. Un treno in mezzo al bosco. Un controllore sporco di muschio. Mi fa paura. Non ho il biglietto, perciò mi fa paura. Il bambino è accanto a me, mentre siamo sul treno. È in mano alla vecchia. Lui sarà grosso quanto un melone ed un piccione messi assieme. È esilissimo. Mi guarda senz’occhi. Mi sente. Lo so che mi percepisce. Mi viene un conato di vomito. Allunga veloce la piccola testa e mi morde, senza denti, il polso, lasciandomi sulla pelle un velo di bava che puzza di sesso non lavato e verdure marce. Rabbrividisco. Mi getto nel bagno del treno. Dentro tutto odora di detergente per i vetri. Mi bruciano gli occhi. Sento odore di ammoniaca. Mi sento mancare. Vomito fiori e cadaveri di passerotti. Mi si scioglie il trucco. Sento il controllore. Lo sento. È qua vicino. Ora cercherà di entrare in bagno, per portarmi dalla polizia. Ho paura. Sudo e sono sporca di vomito. Mi pulisco veloce con un lembo della gonna del vestitino verde, apro il finestrino. I campi di grano ed i cimiteri sfrecciano veloci di fronte e me. C’è il sole. Accecante. L’aria sa di mare. Mi accendo una sigaretta e mi ribalto fuori dal finestrino. Cado. Rotolo. Picchio la testa. Odore di sangue. Odore di tabacco. Una gazza mi si posa sulla fronte. Ti prego, non cavarmi gli occhi.
18apr08
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