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La doccia, la coperta e la televisione

Racconti

Mi sono accovacciato sotto la doccia, ma niente, il dolore rimaneva, ho sentito un piccolo scricchiolìo provenire dal ginocchio sinistro. L’acqua calda dava i suoi benefici, il sollievo di uno scroscio superiore alle temperatura corporea era vitale in quel momento. Venivo da tre giorni bui, neri, malsani. Mi aggrovigliavo su me stesso, sul mio corpo, tentando di uscire da quella orrida e insistente situazione. Il torace era colpito da lame, coltelli, pugni, niente come questo avevo ancora provato. Non stavo male, ero in grado di pensare, di riflettere, di capire, la mente era lucida e attiva, ma quel dolore.. Cazzo quel dolore mi opprimeva, mi picchiava, mi stordiva.
Non capivo la provenienza, non capivo perché proprio io dovevo essere la vittima predestinata. Poi ho scoperto che ad altri è capitata la stessa cosa. Comunque la doccia mi alleviava. Quelle piccole goccioline scendevano a miliardi sul mio corpo nudo. Toccavano dolcemente i capelli, le guance, il petto, si depositavano sul pube, alcune rimanevano impigliate nei peli neri, altre continuavano la loro corsa sulle gambe fino ai piedi, per poi perdersi nel niente di un pavimento a piastrelle. In quei giorni il divano e il letto mi hanno accolto irridenti. La televisione ronzava incessante programmi scadenti, di seconda mano, specchio di una società scadente. C’era chi si divertiva a non fare niente dentro una casa: scadente. C’era chi si dimenava per trovare l’anima gemella, in un talk show con protagonisti uomini vigorosi e donne alla moda: scadente. Quell’apparecchio elettronico tanto caro in questa era, non dava sollievo, ma nella mia situazione, la difficoltà di muovere un dito per cambiare canale era l’unica accettabile. Talvolta mi ricoprivo con un telo di pail verde, soffice e morbido, come i peluche che le ragazzine accarezzano. Ero abbattuto dal dolore. Unica luce, la mia ragazza. Erica mi è stata vicino, mi ha accudito, ha cercato di farmi pensare ad altro, di distogliere la mente, mi ha tenuto per mano. Mi preparava limonate caldissime (poi abbiamo scoperto non molto indicate), poi camomille caldissime. Chi è che aveva mai bevuto una limonata o una camomilla, forse voi, di certo io no. Di solito bevo birra o vino per ammazzare un momento, non una camomilla. Sentivo che c’era qualcosa. Qualcosa che cambiava. Forse la regolarità con cui assumevo alcolici, quella cambiava. Per tre giorni non ho neanche mangiato, o quasi. E io sì che sono di bocca buona. Un pezzo di petto di pollo, pane arrostito con un po’ d’olio, riso con il burro, fette biscottate con marmellata di fichi, questo e solo questo mi potevo permettere.
E poi finita l’agonia del pasto (agonia?) correvo celermente sotto la coperta verde sul divano, davanti alla tv. Era il momento più doloroso. Sforzavo lo stomaco ingurgitando pietanze non concepite ad un buongustaio, ad eccezione della marmellata, il mio apparato digerente si muoveva, lavorava veloce. Lì soffrivo, lì soffrivo come un cane (questi luoghi comuni non mi sono mai piaciuti). E cosa potevo fare se non aspettare che il dolore svanisse? Soffrire, in quei momenti l’unica parola e sensazione conosciuta era proprio quella. Non penso di dire qualcosa di assurdo e inconcepibile, altri come me avranno provato queste sensazioni, altri ne avranno provate di più maligne. Soltanto che non sono mai stato così indifeso e bambino, neanche in quegli anni in cui potevo essere capito. La stranezza del male è che arriva. Arriva e basta, te non fai niente, lui arriva. Ti riconosce, ti indica (non ho ancora imparato ad usare il linguaggio dei mali) e ti colpisce.
Te sei lì e, anche se non lo vuoi, lo accogli quasi con un ghigno. Come darei per vedere lì dentro cosa si muove, per vedere se c’è qualcuno che si parla, che si tocca, che fa l’amore. A proposito. Il quarto giorno, il male era un po’ svanito. Mi è ritornata un po’ di carica, mi sentivo meglio. Ho fatto l’amore, veloce lo ammetto, ma è come se la vita ritornasse ad abbracciarmi, a sorridermi. Lì ho capito che fare l’amore è una delle cose per cui vale la pena vivere, se non l’unica.
26/04 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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