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SENSAZIONI DA VIAGGIO-DAL SOLE AL CEMENTO

Racconti

Dopo più di 7 maledette ore di viaggio, il paesaggio del finestrino della mia carrozza numero 008, posto 72, decide di fermarsi lentamente al binario 9. il treno zoppica, quasi, nel raggiungere la sua consistente frenata, ma, stringendo i denti ed impegnandosi a fondo sulle rotaie, cercando il giusto attrito nel fumo di una Milano decadente, ma senz’arte (mica come Venezia, annacquata ed assassina, complice e puttana, bella e stregata), pare riuscirci del tutto.
Ho ancora addosso l’aria solare e salmastra della mia Nuova Terra. Elba, un ribollire di mare e sole, di vegetazione a me sconosciuta, di venticello e lunghe passeggiate, ormai casa mia, in mezzo al mare, dolce palafitta piantata in mezzo all’esteso polmone azzurro che si muove.
Il mare trasparente e cristallino, vivo quanto, ma in maniera e con scopi molto differenti, un oceano solariano alla Stanislaw Lem.
L’odore ed il calore della Nuova Terra mi sono addosso, dentro, nelle fessure delle unghie. E già mi manca. Si è insinuato, il calore elbano, in ogni poro. Ce l’ho pure nelle scarpe, nelle mutande, tra i capelli, in bocca, sulla lingua, tra le dita dei piedi e delle mani, nella fica, dietro le orecchie, sotto le ascelle, nell’ombelico.
E guarda un po’ dove mi tocca scendere col treno.
Per la famiglia.
Per la famiglia, si fa questo ed altro.
Beh, dai, diciamo che per la famiglia questo si fa, ALTRO non saprei.
Voce forte di uomo al microfono recita: “TRA POCHI MINUTI IL TRENO GIUNGERA’ NELLA STAZIONE DI MILANO CENTRALE. VI RINGRAZIAMO PER AVER SCELTO TRENITALIA”.
Eccoci, ne ho la conferma.
Comunque, prego, buon’uomo, guardi, è un piacere buttar via più di 30 euro per un viaggio scomodissimo di 7 ore ed in più senza CARTA IGIENICA.
Mi sistemo la borsa verde militare addosso e mi preparo di fronte ad una porta a vetro sporchissima.
Saranno le 15.00 o le 16.00.
Che importa? A Milano, il cielo è sempre una massa informe grigia/bianca spenta, a parte rare eccezioni di sole ed afa o di pioggia o di grandine o neve che non si attacca nemmeno al suolo.
Maledetti esseri umani, frustrati, che zampettano ovunque per le strade, tutti al lavoro, ritti con le loro valigette funeree od ingabbiati in micro o maxi scatole d’acciaio a quattro o più ruote, con i loro maledetti tubi di scarico, in mezzo ad una città vuota e violenta e che ti violenta il cervello, l’anima, i rapporti umani, l’amore, tutto, anche l’infanzia, soprattutto l’infanzia. In mezzo alla loro umile città videosorvegliata, immensa catasta di ruderi e cemento e ferro e merda. una città che ingoia e produce. Una città che promette ed intanto ti spranga il cervello e la vita. Una città di merda.
Il treno ha finalmente deciso di fermarsi definitivamente. Rumori meccanici seguono la sua frenata conclusiva. STOP. Pulsante verde d’apertura.
La porta di apre, come un pieghevole, un depliant di cartone rigido e, da questa apertura, il basamento della porta partorisce ben tre gradini, anch’essi pieghevoli. Meglio del fantomatico Shuttle, niente male.
PAM! Aria tra l’afa ed il gelo, la classica aria chimica da stazione ferroviaria milanese nella stagione che precede la torrida estate cementificata.
Da qui, le stagioni le riconosci da come si comporta il catrame delle strade, mica dalla natura. D’inverno il suolo od è umidiccio od è una lastra che brilla, ma non attrae; di primavera emana calore, ma senza esagerare, ed, ogni tanto, è possibile rinvenire una briciola di natura tra le spaccature del cemento, ove piccoli ciuffetti d’erbacce trovano casa, vincendo su ogni cosa, facendosi strada nella strada; d’estate il manto grigio fuma e si crea una leggera coltre di inquinamento basso, ma visibile; d’autunno poche foglie, umidità da catrame cittadino e molti mozziconi di sigarette. E poi si sa…l’autunno è una strana stagione, malinconica. E la malinconia necessita nicotina.
Ecosistema milanese…chissà se la nostalgia autunnale, i cittadini, la sentono solo in autunno, oppure durante tutto l’anno? Bah.
Scendo con un saltello svogliato dal treno. La solita rivoltante sensazione che mi assale in questo luogo: vita precaria, fretta, miseria dell’anima, produttività suicida, mancanza di gentilezza, sentimenti congelati, camminate atrofizzate e meccaniche, sguardi torvi e biechi, sporcizia e terrore continuo.
Un’immensità di gente ti avvolge, tutti tristi e velocissimi nello spostarsi.
Tutti sanno già dove andare.
Si, ma dove? Dove diavolo vanno tutti??? Non raccontatemi che vanno a casa dai loro amori, che vanno a fare qualcosa di buono per la loro esistenza, che vanno a sviluppare le loro conoscenze o la loro felicità in qualche modo a me ignoto, non ditemi che se ne vanno in gita in montagna a respirare un po’ d’ossigeno, quando qua te lo vendono in farmacia… tutti potenziali cocainomani. Se non già consumatori habitué. Ma di droga già gliene danno a sufficienza appena nati. Basti pensare al dio/televisione, ai videogiochi, agli psicofarmaci, ai farmaci, ai sonniferi, analgesici, tranquillanti, dimagranti, diserbanti…che bello farsi lobotomizzare quotidianamente! Che bella questa parvenza di libertà! Che bella la droga legale! Viva le Aspirine! Viva il Lexotan! Viva il Ritalin! Viva gli O.g.m., gli acari, il catrame, le vallette della tv, la psichiatria, la nuova normalità umanizzata! Tse.
Mi faccio spazio tra la folla brulicante, tutta fremente, seppur morta, cercando la Via d’Uscita. Mi soffermo, ogni tanto, ad osservare gli immensi cartelloni pubblicitari: grosse insegne larghe anche sette metri con longilinee donne al limite della salute fisica, distese e seminude, senza forme, con i loro sguardi languidi che propongono creme per la giovinezza, pur dimostrando sì e no diciott’anni, Yogurt Muller –fate l’amore con il sapore!, Calze Pompea –non stringe, non stressa!-, Armani (niente slogans. Lo stile non necessita di parole, solo di messaggi subliminali).
Grandi dèi dell’Olimpo dell’Arredamento Urbano. Posizionati strategicamente all’interno della vasta stazione. Nuovi idoli per un nuovo millennio.
Sputo a terra, provo orrore. A tutti pare così ovvio ciò che hanno attorno. A me fa PAURA.

Gli sguardi della folla paiono turbati dalla vita, ma, nello stesso istante, remissivi. Stanno accettando tutto. Stanno accettando il fatto che il loro tempo venga diviso in ore di lavoro che non fa accrescere autostima in loro. In ore di divertimento sociale preconfezionate. In ore di sesso col partner. In ore di sesso davanti ai canali porno notturni della paytv. In ore di sfogo festivo. In ore di calcio allo stadio. In ore di sbandieramento per le strade, per la vincita del campionato. Poi…se nel corso di questi avvenimenti, i tifosi distruggono mezza città, non è un problema. Ma se lo fanno ad una manifestazione per la libertà di tutti, no. Quelli dicasi vandali. O no global. Mah.
Scale mobili per gambe immobili. Eccomi entrata nella Grande Città del Denaro, della Signora Moratti, del Signor Rossi e del Consenso Pubblico! Ah. Che pace dei sensi…
Entrata della metropolitana.
Velocemente, salgo gli scalini.
Ogni tanto, qualche sguardo mi incrocia. Ogni tanto, qualche donna con i figli attaccati al seno mi tende la mano per l’elemosina. Avessi un panino, glielo darei. Anche se non si lava la coscienza con un toast.
Biglietto per la metro alla macchinetta. Così si evitano i “buongiorno”, che qua non van di moda. Biglietti magnetici…almeno, prima, potevi riutilizzare lo stesso biglietto infinite volte. Ora no. Toh, tenete il mio euro. Ecco. Teneteli tutti.
L’ambiente della metropolitana possiede sempre uno strano fascino spaziale. Rumori meccanici, correnti d’aria improvvise, grandi schermi con pubblicità continue, luci lampeggianti, schermate nere con le scritte verdi dove sono indicate le fermate, le destinazioni, quanti minuti mancano al prossimo treno. Fra tre minuti arriverà l’ambito serpentone arancio e bianco.
Grande intestino nero.
Grande intestino nero ricco di suoni.
Ricco di avvertimenti.
Ricco di segnali di pericolo e morte.
Grande intestino nero ricco di morte.
E di persone morte.
Tutte in fila parallela. Tutti ad attendere il grande serpentone che scava la sua strada, nel grande intestino nero ricco di morte.
Mi guardo attorno a tratti.
Mi pare d’essere drogata da tutti questi suoni elettronici e meccanici.
Cercasi luogo silenzioso. Ovattato. Luminoso. Un grande nido.
Grande corrente d’aria, quasi mi stravolge. È arrivato il grande serpentone nel grande intestino nero. Tutti si accalcano alle entrate. Salgo con le spalle contro quelle di qualcun altro. Quasi, il contatto con gli altri mi fa ribrezzo. La carrozza odora di sudore misto, ovunque siedono o si appendono ai pali sguardi annoiati, già vecchi da troppi anni. La calca mi spinge fino a metà della carrozza, proprio al centro. Mi attacco ad uno dei sudici pali e mi lascio dondolare dalla partenza carica e fulminea del grande serpentone. Due ragazzi mi fissano e ridacchiano. Indossano blue jeans e felpe firmate col colletto della camicia che fuoriesce dal collo. Hanno i capelli ingellati. Io porto dei pantaloni semidistrutti, neri, che arrivano al polpaccio, una gonna tagliata malissimo verde marcio, una canottierina nera stretta, la borsa militare. Ed i miei capelli sono tinti di blu/nero e rasati a metà, l’altra metà è lunga fino a sotto il collo.
Mi limito a godermi il viaggio. Penso a mia madre, che presto rivedrò, a mia sorella, a mio padre. Voglio a loro molto bene. Sento dentro una grande gioia. Ho voglia di abbracciarli tutti e tre.
Mi annuso una spalla, sento l’odore del mare, mentre la mia testa rimbalza su di essa, per lo spostamento del treno sotterraneo. La gente scruta silente e con curiosità la mia nuova pelle, almeno io sento questo. Piena di sole e calore.
FERMATA MILANO CADORNA, FERROVIE NORD.
Scendo, facendomi spazio tra i passeggeri che si accalcano all’uscita.
Casa, sto arrivando.
Mag07
12/05 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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