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Stazione metropolitana, New York, ore 00:37

Racconti

L’uomo anziano stava mangiando un sandwich al formaggio ed aveva una budweisler di lato sulla panchina. Ingordamente mangiava a grandi bocconi, forse perché non si era nutrito per l’intera giornata o forse perché era sua abitudine mangiare in quel modo. Nella piccola busta di plastica alla sua sinistra, c’erano delle salviettine e prendendone una cercò di eliminare, intorno alle proprie labbra, tutte le briciole che gli erano rimaste. Ne scartò alcune buttandole a terra insieme al fazzoletto. L’ anziano calvo doveva ritornare a casa. Era duro il lavoro di operaio. Maggiormente quando abitavi in periferia, poiché era più stancante adempiere al lavoro: alzarsi dal letto la mattina presto e ritornare a casa più tardi del dovuto. Ma un uomo che aveva da crescere il proprio cane, Herbie, aveva bisogno di qualcosa di più di quello che gli dava lo Stato; pretendeva almeno il doppio di quello che riceveva in busta paga. Specie quando hai un affitto da pagare al mese, il cibo, indumenti, la birra e altre cose.

Herbie lo aveva trovato in mezzo ad altri cani quando era appena un cucciolo, vicino al cantiere dove lavorava. La moglie morta da poco e i figli lo avevano abbandonato, sperduti chissà dove per il mondo. Aveva bisogno di compagnia ed Herbie gliene poteva dare. Un Labrador di un nero profondo che colpì il povero vecchio. Un Labrador con occhi neri che ricordarono la parola affetto ad un uomo che ne aveva perso il significato. Herbie, era per lui, l’immagine di un accompagnatore alla porta dei cieli.
Il vecchio guardava in alto e poi guardando a destra e sinistra borbottò qualcosa che poteva assomigliare ad un “merdosi sfruttatori di cittadini”. Il sandwich era stato ingurgitato per bene e la budweisler era in terra sotto la panchina. Il vecchio era solo, erano le undici e mezzo di sera e la metropolitana era di molto in ritardo. L’anziano chiuse gli occhi. Li riaprì e si accorse che dalla scala mobile scendeva una signora con una bambina, le quali superarono il vecchio ed andarono a sedersi su una panchina molto più avanti.
Lo guardarono in stranite.
Il vecchio pensò che potevano essere le rughe ad impressionarle o le poche briciole rimastogli ai lati della bocca. Se ne fregò e tastandosi i testicoli girò lo sguardo ancora a sinistra verso la scala mobile. Stavano arrivando questa volta tre tizi.
L’aria calda dei condizionatori, si faceva sentire nonostante il gelo di quell’inverno. Un’aria calda che si univa con quella fredda proveniente dai tunnel, che servivano da corso ai treni.
Quell’anno l’inverno stava uccidendo parecchio. Molta gente usciva con giacconi e guanti, cappelli e sciarpe da coprire interamente il viso. Ma dei pochi presenti, in quella stazione metropolitana, nessuno era coperto abbastanza.
Un’atmosfera angosciante faceva da cornice a quello sfondo. Dei neon quasi consumati emanavano una luce bianco scura, la biglietteria chiusa e neanche un cane che guaisse per far compagnia al silenzio. Inoltre la scala mobile emetteva un rumore basso, ma fastidioso. Come una donna che sbattesse bruscamente un battipanni su un letto. Un rumore che si alternava ogni tre o quattro secondi. Era dovuto all’età o a qualche difetto nel congegno di funzionamento.
La bambina fu la prima a rompere il silenzio, chiedendo delle caramelle alla madre. La voce rimbombò nella stazione.
Indossava una gonna corta, sotto la quale portava delle lunghe calzamaglie. Aveva partecipato, quella sera, ad una recita scolastica con la rappresentazione di una delle opere di Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie. E chi meglio di una piccola bambina dai capelli biondi, poteva impersonare Alice? Senza minimi dubbi, a scuola, era lei la più somigliante e adatta. La maestra fece anche votare in classe per quella parte tanto ambita dalle piccole ragazze.
La bambina, timida ma anche un po’ egoista, accettò la parte e il risultato fu un’ottima interpretazione dell’opera. Si era meritata gli applausi della massa di genitori nel piccolo palco scolastico all’aperto.
Era piaciuta così tanto che la madre le promise delle scarpette rosse, come le desiderava, mentre la maestra le disse che avrebbe tenuto conto del buonissimo comportamento per la pagella. Ora erano lì, madre e figlia, contente della giornata e deluse dal fatto che non fosse stato presente il padre della piccola. Unica nota storta della giornata.
Purtroppo la bambina aveva dei genitori separati in casa e spesso non uscivano tutti insieme. La madre, una bella donna, aveva saziato molti uomini e il marito il minimo che potesse fare era di non darle vittoria con il divorzio.
L’angusta stazione sembrava sempre più cupa. Il rumore provocato dalla scala mobile continuava nel suo rito di sbattere ogni tre o quattro secondi.
Il vecchio imprecò e disse la stessa frase detta poco prima “merdosi sfruttatori di cittadini”. Il suo riferimento poteva essere connesso al personale ferroviario come a qualsiasi altra massa al mondo.
La bambina chiese ancora delle caramelle alla madre, ma quest’ultima le rispose che facevano ingrassare e sarebbe diventata troppo grassa per la prossima recitazione dell’anno venturo.
Non c’era movimento in quel posto lugubre. Sembrava che niente avesse significato. Come quelle parti del tempo che possono essere eliminate dall’album cronologico personale.
Ma spesso era in questo tipo di ambienti che succedevano le cose più inaspettate. Certo, il vecchio poteva alzarsi, mostrare il pistolino alla bambina e spararle, così come alla madre. D’altro canto, la madre della piccola poteva spingerla per odio sulle rotaie e poi farsi promettere dai pochi presenti di non aver visto nulla. O anche, quei tre là in fondo potevano scannarsi l’un con l’altro e dissanguarsi da creare un fiume sul largo marciapiede. Poteva succedere di tutto.

Quello che ti aspetti è difficile che avvenga, così come quello che non ti aspetti.
Diedero movimento all’ambiente i tre uomini posati sulla scala mobile. I tre si divisero. Uno si andò a sedere sulla panchina dove c’era il vecchio. Un altro si appoggiò sul muro a sei passi di distanza dal compagno seduto e un altro ancora non si mosse. Rimase fermo vicino alla scala mobile.
I tre tizi si presentavano strani, in quanto non sembravano dare attenzione al ritardo del treno. Anzi, due di loro si guardavano intorno e il terzo fissava le proprie unghia delle dita.
L’uomo seduto vicino al vecchio aveva la testa all’insù poggiata al muro. Guardava le tubature del soffitto e solo Dio sapeva a cosa pensava. Aveva i capelli mogano e a bocca aperta sembrava contare le pecore in cielo. Portava dei Jeans neri e con una giacca di pelle totalmente abbottonata. Quell’uomo dal nome strano e dal pronunciare difficoltoso, Elijah, roteò la testa da nord verso est e con gli occhi incontrò quelli del vecchio che lo stavano fissando.
L’anziano preso a sproposito si impaurì e balbettando due tre volte la stessa parola detta prima, chiese scusa.
Il secondo, appoggiato al muro, stava fumando una sigaretta e guardava l’amico seduto con un sorriso. A vederlo poteva mettere meno paura. Era vestito con abito classico e pulito. Sembrava uno di quei rappresentanti di quelle ditte di aspirapolvere o agenti immobiliari, che cercano di imbrogliarti con parole scorrili e pulite allo stesso tempo. L’uomo dai capelli castani e corti si portava la sigaretta alla bocca con un modo lento che poteva innervosire anche un accanito fumatore. Max era il nome di quell’uomo che rimediava alla maleducazione dell’amico.
Il terzo era seduto sull’ansa della scala mobile e portava un cappotto di pelle nera lunga fino all’altezza delle gambe e jeans come quelli di Elijah. Si alzò e cominciò a camminare lentamente verso Max. Il rumore dei suoi passi facevano da compagnia al sottofondo già impostato della scala. Aveva gli occhi neri e con quei occhi neri fissò le rotaie e poi accennò anch’egli ad un sorriso, solo più largo tanto da evidenziare quasi tutti i denti bianchi.
Sembrava lo sguardo di una persona sul punto di scoppiare di felicità dopo aver scoperto di aver vinto alla lotteria. Sembrava lo sguardo compiaciuto di Alex.
Il vecchio si spostò e approfittando delle luci dei fari del treno, che cominciavano a farsi vedere, si alzò e si allontanò di poco da loro.
La piccola Alice iniziò a versare lacrime perché la madre oltre a non darle le caramelle, le aveva detto che era diventata brutta per la cioccolata.
Cominciava a fare eco il suono delle ruote sui binari e lo stridere dei freni della metro. Il vecchio imprecò come per dire “cazzo ma quanto ti ci è voluto?”.
Il treno arrivò e si fermò alla fermata. Non era molto affollato ed entrarono il vecchio, la piccola e la madre. I tre rimasero fermi dove erano. L’uomo dal nome Elijah abbassò l’occhio destro al compagno dal nome Alex e questo fece lo stesso a Max.
Solo una ventina di persone scesero dalla vettura e si orientavano verso la sinistra dei tre per raggiungere le scale.
Una grassona guardò con malocchio Alex, mentre un uomo zoppo sfiorò Max. Quando la maggior parte delle persone se ne erano salite all’aria aperta e il treno era ripartito, i tre sembravano aver riconosciuto l’uomo che attendevano.
Questi, alto e con le lenti, si fermò poco lontano. Poi come rassegnandosi all’unica uscita a disposizione avanzò lentamente.
Elijah si alzò anche lui e si posizionò di fianco a Max poggiato al muro.
L’uomo rallentò e si fermò. Con sudore alle tempie posò la ventiquattrore in terra e abbassò lo sguardo.
Non c’era niente da dire o nessuno sapeva cosa dire? No.
Era quell’uomo che non sapeva come potersi scusare ad un errore commesso consapevolmente. Un errore a cui non poteva esservi rimedio, poiché gli sguardi acuti e fissi dei tre non permettevano pietà a nessuno.
L’uomo balbettò qualcosa, ma nessuno dei tre decifrò quei suoni tremanti di paura.
Alex sorrise come aveva fatto poco prima guardando le rotaie e si avvicinò lentamente all’uomo con le lenti, posò una mano sulla sua spalla e di forza lo scaraventò sulle rotaie. L’uomo in un battito di secondo ebbe il sangue che gli colava dalla testa. Si toccò dietro la nuca e fissò il sangue sulle proprie mani e come intontito e traballando con la testa diede un vaffanculo all’uomo che lo aveva buttato. In più velocità Elijah saltò sui binari e ritto davanti a lui, cacciò dal taschino dei jeans un coltellino e con questo segnò una linea che partiva da un orecchio all’altro, passando per il collo, mentre questi urlava. Max, durante lo spettacolo urlava dicendo “CHE CAZZO TI URLI, STRONZO” come se fosse in corso una gara per chi gridasse meglio. E Max stava vincendo.
Quando finì, Elijah, aveva le mani sporche di rosso e se le pulì ridendo. Alex disse, poi, ai due “Andiamo a bere”. Elijah gli rispose sempre ridendo “non ho soldi, cazzo”. Allora Max scese anche lui sulle rotaie e prese dai pantaloni dell’uomo il portafoglio. Guardò nel suo interno e rise a squarciagola. Guardando i due compagni disse “Dwaine ha deciso di offrire lui” e continuò a ridere. Se ne andarono e dopo che urlarono insieme “ALLA TUA SALUTE DWAINE” ritornò il silenzio in quella stazione angosciante.
E come la quiete dopo la tempesta… il vuoto dopo la confusione …
… e il silenzio dopo il pianto … ritornò tutto come prima.
28/05 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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