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SEMPLICE

Pensieri

Torno a casa. Ho già un po’ d’appetito. Ingurgito qualcosa velocemente, un pomodorino, una fetta di polenta avanzata del giorno prima. Mi ritiro di sotto. Accendo lo stereo e metto una tape a caso. Mi siedo a terra, allungo le gambe e mi rollo una sigaretta di tabacco. Pensiero fisso verso quel volto. Confuso dai ricordi, e sì che non ci conosciamo da un giorno, ma da tre anni, ormai. Mi pare di conoscerlo da sempre e, nello stesso istante, di non averlo mai conosciuto realmente. Percepisco il relativismo della mia realtà. Mi pare tutto così fittizio. “Sospensione” descrive il mio umore ultimamente. A metà di tutto, di me stessa, della vita, delle relazioni umane. Mi gratto dietro al collo. Quella piaga non mi dà tregua. Accendo la sigaretta. Volto la mia testa a destra e fisso un punto qualsiasi di un mio disegno appeso allo porta in legno. Da quant’è che non disegno? “Sitting on a unicorn” è la sola frase che mi crea ispirazione. Prima o poi, ci creerò qualcosa sopra. Grazie Pink Floyd, grazie T. Sono sudata. Ho caldo e freddo assieme.
Il lavoro fa scorrere le mie ore veloci. Vorrei vivere diversamente. Mi ciondolano gli occhi. Sono un pesce fuor d’acqua e non ho palpebre. Sono un pesce fuor d’acqua e boccheggio. Stupide frasi nel cervello. Sei una bambina, un’adolescente. Apro una bottiglia di vino. Ne verso un bicchiere. Lo bevo di un fiato e me ne verso un secondo. La musica sale, evapora, scende in me, mi si getta contro e riparte salendo. Mi sento triste e vuota. Mi sento consumata ed invecchiata. Le mie mani sono sporche di colori impermeabili. Sento la mia pelle corrosa già dai diluenti. Sento l’ampiezza delle mie occhiaie. Ho deciso: stasera berrò fino a tardi. Stasera non ci sono per nessuno. Mi chiuderò in me. La mia posta elettronica trabocca sempre più di messaggi, comunicati, appuntamenti. Sono due settimane che non ne apro uno, a meno che non si tratti di qualcosa di più personale. Non mi interessa più nulla. Sono convinta sempre più che la mia fine sarà data dalla mia stessa mano. Il suicidio. L’ho sempre saputo, l’ho sempre sentito. Prima o poi lo farò. Il fegato per farlo non mi manca, lo so. La voglia, neanche. Ma, prima di farlo, devo giungere al punto tale che nessuno, ma davvero nessuno che mi interessi, possa amarmi ancora. Non sopporterei altro dolore. So cosa significa soffrire. L’ho assaggiato. L’ho divorato, il dolore. So cosa significa essere trattati male. So cosa significa essere costretti a fare cose di cui non si ha alcuna voglia. Cose che ti fanno male, che ti umiliano nel corpo e nell’anima. Ricordo quando il mostro mi legò a quel letto. Ricordo tutto ciò che dovetti subire. Ho deglutito sangue per mesi. Ho inghiottito il mio orgoglio, la mia dignità per mesi, lunghissimi mesi. E fuori, c’era il sole. Ho odiato me stessa più di chiunque. Ho umiliato me stessa. Mi sono oltraggiata. Mi sono sputata il faccia. Mi sono linciata di fronte allo specchio. Ho vomitato tutto di me. Tutto. Ho ingerito di tutto e di tutto ho vomitato. Purificazione. Purificazione. Sono sporca dentro me, come posso sciacquarmi? Come posso dimenticare? Delusioni su delusioni. Schiaffi su guance ancora calde di schiaffi. Brucio dentro me, prendo fuoco. Mi accascio, dentro me. Porto ancora i segni sul mio corpo di ogni sberleffo, di ogni cattiveria. E dentro l’anima mia implora pietà. Ho cercato di difendermi con la mia corazza. Ma sono troppo debole. Trafitta, cado e mi perdo in questo buio senza fine. Roteo fino alla mancanza del mio stesso respiro. Gli occhi sono gonfi e non ho più lacrime per piangere. Inoltre, so che non serve a nulla. Quel bastone dentro me. Quel legno pesante. Il mio orecchio soffre ancora. Sento di meno. Sento pochi suoni. Solo i suoi sussurri capto ancora e li serbo dentro me come preziosi gioielli dal valore inestimabile. Come posso meritarmi tutta questa dolcezza? Piegata in due, scende una lacrima. Poi una seconda. Mi sento terribilmente sola. Il vino non mi ubriaca. Nella goffaggine del mio corpo, mi sento stretta. Nel disagio pesante del mio corpo, mi sento scoppiare. Forse sono solo matta. Forse dovrei solo dormire. Ma il giorno dopo la sveglia suonerà ancora alle sette in punto e fino alle diciassette e trenta sarò solo un braccio sociale, e dopo le diciassette e trenta, diventerò nuovamente priva di me. Vorrei urlare. Non ho i mezzi per farlo. Vorrei baciarti, dove sei? Se solo tutto fosse più semplice…se solo io fossi più semplice…
9giu08
10/06 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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