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Roma-Milano colmo di speranze. Milano-Roma con le palle piene

Racconti

Roma-Milano colmo di speranze. Milano-Roma con le palle piene. E di nuovo qui a scrivere, da solo, sull’insignificante deschetto di una scialba carrozza di Eurostar.
Aspetto chi mi capita questa volta… Parlo del mio imminente vicino di posto, ovviamente. Allorché uno inizia a viaggiare, si spera di poter avere una gran gnocca o comunque una persona interessante a fianco (mi viene in mente Tyler Durden nel film “Fight Club”). Ma alla fine capita sempre il solito cesso: l’anziano che tossisce, l’obeso che ti priva del già esiguo spazio a tua disposizione, la ragazza orrenda, la donna insignificante e piena di rughe.
Mi è appena sfilata davanti una figa da mozzare il fiato. Alta, capelli lisci e chiari, gambe lunghe e sode. Vestitino semi-trasparente che segue i movimenti del corpo sensuale.
Si siede una decina di metri più avanti. Un signore attempato si alza per farla accomodare al suo fianco. Penso: “che culo!”. Capitano sempre agli altri tali fortune…
La verità è che sono rotto di palle. Sono giunto fin qui, a Milano, per ascoltare sterili parole e una proposta lavorativa da schifo. Che lavoro di merda fanno quelli come me.
Ore incollati davanti a monitor, il cervello si spappola per trovare soluzioni e risolvere bachi e tentare disperatamente di far funzionare cose, lo stress, l’isolamento, le colleghe brutte, tecnologie e bit e linguaggi e if, while, for…
Il tutto per due soldi del cazzo. Si lotta, si discute, si lasciano lavori… per una paga davvero esigua se commisurata al lavoro e al grado di preparazione necessaria. Una commessa può guadagnare il doppio di ciò che si beccano quelli come me.
Intanto il vecchio è in piedi. Parlando al cellulare, sorride raggiante. Ti credo… con quel gran pezzo di figa accanto. Che stronzo.
Il treno parte e io rimango solo: nessun vicino di posto per questo giro. Poco male…
Insomma ho detto di aver le palle rotte. Perché? Semplice.
Prendo il treno di buon ora da Termini. La gente delle otto è diversa da quella delle nove. I primi sono taciturni, calmi e discreti, laddove i secondi sono agitati, indaffarati, pigroni che pur di poltrire si trovano ad andar di fretta per l’Urbe. Alle otto l’atmosfera è di religioso e contemplativo silenzio. Alle nove è inferno e caos e sudore.
Quattro ore e mezza di viaggio sonnecchiante, poi sbarco nel capoluogo lombardo. Rimugino sui patimenti, sulle pene e sui momenti di tristezza e solitudine legati a quella città. La cupezza dei ricordi stride a confronto del paesaggio rigoglioso e sereno. I consueti e numerosi campi sportivi si alternano a decine sotto il mio sguardo assonnato, intervallati da macchie verdeggianti e fitte.
Il treno parcheggia nella mastodontica stazione di Milano alle 13.15 circa.
Penso: le stazioni delle grandi città si assomigliano tutte. La stessa sporcizia nera, i soliti rumori, il crogiolo di gente di fretta, il caldo. Se non alzassi gli occhi a notare la gigantesca struttura tutto ferro che – a guisa di un enorme ragno senza cuore – cinge l’enorme spazio, potrei scambiare quel luogo per Roma. O per Torino, o per un'altra qualsiasi altra grande città a me aliena.
Solo quando li senti parlare, i milanesi, ti rendi conto di quanto ti possa stare sul cazzo Milano. Se non avete visto dei milanesi dialogare o atteggiarsi fra loro, per me è impossibile descrivervi la sensazione di snervante repulsione che essi sprigionano. Sarà una pecca delle mie capacità espositive, forse… ma mi rifiuto di descrivere siffatte dinamiche sociali perché ne offrirei un quadro incompleto e inadeguato.
Dopo aver preso un panino discreto ad un bar i cui avventori erano davvero insopportabili, mi dirigo verso la mia meta. Grande ufficio tutto nuovo tutto bello e moderno e fighissimo. Vastissimi open-space, lussuose sale per riunioni, stanze su stanze tutte splendide e grandi.
Poi il colloquio. Le solite menate. Ci sono cose che un intervistatore si vuole sempre sentir dire e domande che vuol necessariamente porre. Ho sempre l’impressione che queste aziende cerchino il Paladino Della Programmazione. Un eroe. Un cavaliere senza macchia e senza paura che lavorerebbe instancabilmente senza requie pieno di entusiasmo, di motivazioni, un trascinatore, un professionista che sappia essere indipendente ed autonomo e flessibile e proattivo a altre minchiate del genere. Il tutto per quattro soldi ovviamente.
Il solito teatrino, insomma. Recito la mia parte, fingendo solo in parte (a molte delle cose che dico – purtroppo – ci credo).
Alla fine, il motivo per cui mi sono imbarcato in una simile scarpinata. La proposta finale. Il suggello di tanti colloqui, mail e telefonate.
Non espliciterò l’offerta, ma credo che i miei lineamenti dopo aver sentito la proposta si siano tirati e la mia faccia sia diventata quella della delusione e dell’irritazione. Spero che il mio interlocutore l’abbia notato, anche se dubito che le interessi qualcosa.
Il punto è che questi qui vogliono offrirmi due soldi, come già detto, e un contratto da schifo. Ok, l’azienda potrà essere buona. E con questo? Vogliono che mi svaluti, gli stronzi, e credono che lo possa fare perché mi avvicinerei a casa. Mi chiedono di ignorare i due anni di esperienza a farmi il culo e a patire, e di occupare posizioni non banali (“potrai seguire ed organizzare gli altri meno esperti…”) accettando la paga di un neo-laureato.
In soldoni, ritorno in quella città del cazzo, centoventi euro di Eurostar, una balla inventata a lavoro, il caldo, nove ore di noia, il cibo da schifo per sentirmi spiattellare le solite stronzate dell’ufficio delle “risorse umane” di turno. Fanculo! Al diavolo Milano, i milanesi, questo lavoro e tutte le minchiate che devo sopportare. Al diavolo tutti!
Ed eccomi qui a terminare il mio pezzo a casa (casa?!? ...bhè dopo Milano anche questa diventa “casa”), scrivendo il resoconto della giornata, sbollentando la rabbia e sorseggiando limoncello. Sì, beviamoci su.
31/07 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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