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l'agenda

Racconti

Venticinque zerocinque duemilaotto
Ore 19.00
---
BRUTTA TROIA DEL CAZZO


Venticinque zerocinque duemilaotto
Ore 19.10
---
STRONZA DELLA MADONNA DI MERDA


Venticinque zerocinque duemilaotto
Ore 20.00
---
TROIA DI MERDA



Ventisei zerocinque duemilaotto
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Pasta tipo pizzoccheri coi formaggi. Crudi.

Sera:
brodo fa schifo.
Bistecca fa schifo.


Ventisette zerocinque duemilaotto
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Pasta al pomodoro fa schifo. Il formato non va bene.

Sera:
verdure fanno schifo.
Riso fa schifo.


Trenta zerocinque duemilaotto
---
Effettuato elenco pranzi e cene.
Fa tutto schifo.
Sera fa schifo.
Pranzo fa schifo.
Schifo.
Schifo.
Schifo.



Resto con l’agenda rossa in mano. Gli occhi strabuzzati. “Non può essere vero”.
Povera mamma.
Povera mamma.
Mi tremano le mani. Mi tremano i pensieri. Ho le tempie impazzite. Tutto è sfocato. Io sono sfocata. Il ricordo di mia mamma è sfocato –eppure l’ho da poco salutata, ma è una cosa che mi capita spesso, soprattutto con le persone che amo- , come la sua gioia. Sento le mie dita alzare la terza pagina. Mi scivola in grembo un foglio ripiegato su se stesso. Il cuore salta in gola, fortemente. Sudo. Sudo freddo. È una lettera. Anzi, credo sia la brutta copia di una lettera. È scritta in malo modo e con una scrittura rabbiosa e sommaria, tipica di mia madre. Alcune parole sono sottolineate, ingigantite, ricalcate più volte, ci sono delle frecce che collegano alcune frasi tra loro. È tutto così sconvolto, in questa lettera, come è lei molte volte. Gli occhi attorniati di sottili pieghe della pelle, così stanchi e rovinati dalle lacrime, dal poco dormire, da una vita passata solo a lavorare e mai a pensare a se stessa; le labbra finissime, strette tra quelle tue taglienti rughe appena accennate che non indicano passati sorrisi, ma infelicità presenti tutt’ora; e le mani, rovinate dalla vita dura e graffiante come il vento d’alta quota. Ed io, sempre lì, di fronte a lei, ad incanalarle delusioni, a difenderla certe volte dalle mani di lui, a mandarla a fanculo molte volte, ad amarla ed odiarla assieme, a non capirla od a capirla così tanto da non capire perché lei è COSI’ ed io COSI’.
Strazianti parole scritte, indirizzate a lui, che non la capisce e che non la ama –e qua non sto difendendo il delirio di un’innamorata folle e capricciosa, ma sto valutando, per quanto io possa farlo in maniera gelida, ciò a cui ho assistito nel corso di ventun’anni di stazionamento in questa casa, la stessa da cui scrivo, la stessa in cui sono cresciuta, la stessa in cui sto male e bene e male ancora ed ancora, che se dovessi trattare un diario/elenco come mia madre, risulterebbe più o meno così:

trenta luglio duemilaotto
ore 07.35
---
Litigato con mamma.
Litigato con papà.
Fatto pace solo con mamma.

Trenta luglio duemilaotto
Ore 12.15
---
Post lavoro-pausa pranzo:
litigato con papà (ragioni politiche)
Sberla sfiorata.

trenta luglio duemilaotto
ore 12.32
---
Vomitato di sotto.
Merda merda merda.
Vita di merda.

So, quindi, che lui non la ama, che forse non l’ha mai amata. So PER CERTO che non le ha MAI detto “ti amo” una sola volta in ventisei anni. MAI. MAI.
In ventisei anni. (e pure lei, che stupida!, come si può vivere così, come ci si può sposare con tali premesse…anzi: COME CI SI PUO’ SPOSARE?!)- che non fa che trattarla come una serva, che maltrattarla e mancarle di rispetto, che metterle le mani addosso quando gli gira, che –testuali parole- trattarla come una schiava sempre e come una donna solo quando fa comodo a lui –e qui l’immaginazione ha modo di spaziare alla grande nella malizia delle relazioni. Io non colgo nulla di sessuale od erotico, no, solo un’immagine straziante di violenza, proiettata maliziosamente, ma sotto termini puramente meccanici, nella LOGICA DELLO STANTUFFO (mi capita quasi ogni giorno di lavorare con delle pompe che funzionano tramite un compressore ad aria e queste pompe sono costituite da uno stantuffo che, tramite la compressione dell’aria, fa su e giù e pompa dei liquidi o delle sostanze dense da dei fusti, le/i quali vengono riversati da un rubinetto, dal quale io attingo queste/i ultime/i. Ecco. Ritengo (e ciò l’ho sempre pensato, durante queste operazioni nelle mie otto ore di schiavismo legale) che questo movimento meccanico e di MACCHINE riesca appieno a rappresentare ciò che è il sesso oggigiorno (ma, purtroppo, anche in casa mia, a quanto pare, tranne quando sono io o i miei cani a fare sesso entro queste mura –come pochi giorni fa, sabato, per la precisione, io e il mio T. ci siamo infilati in mansarda per scovare dei vinili di musica classica (Ecco, almeno noi abbiamo degli interessi in comuni, più o meno importanti, ma, perlomeno si tratta di cose che condividiamo e che, sicuramente, o quasi, non ci stancheranno in un anno o in dieci anni, mentre Loro di interessi non ne possiedono proprio, né intimamente e personalmente, né a livello di condivisione per La Coppia -che altro non è che l’unione di due individui che stanno bene assieme e che si Amano, non in quanto Coppia, a livello sociale, e, anzi, qui lo scriverei pure con la “c” minuscola, perché non merita tanto rispetto e dignità, ANZI…- ) e, dopo un po’ di curiosare qua e là, ci è venuta voglia ed abbiam fatto l’amore in silenzio ed in piedi, nella calda e gialla luce che entrava, dolce, da quell’abbaino che sta in mansarda. E così, dolcemente e soffocando i sussulti, insieme, venimmo appoggiati a quel muro che vide per anni i miei giochi di fanciulla ed i miei ricordi impolverati, ma mai soppressi- non ci fu mai un amore vero, un amore corrisposto, grande, di largo respiro, dolce e paziente, romantico e voluttuoso assieme, istintivo e spirituale e passionale –e ti amo, amore mio, avrei voglia di fare l’amore con te ora, a furia di parlarne e masturbarsi non placa la mia fame di te, ma sazia solo, per pochi minuti, la mia irrequietezza fisica e sessuale: ma la mia mente? Ed il mio cuore? Ed i miei occhi? E le tue mani sulle mie natiche?-, e, quindi, come mai potrà esistere la vera gioia? Un matrimonio coi controcazzi? –scusate il termine, ma sono cresciuta così-)-.
Richiudo veloce la lettera. Mi gira la testa, mi sento male, perduta, angosciata. Ma già erano cose che conoscevo. Eppure, il fatto di leggerle, di vedersele di fronte, beh, mi fan più male che VIVERLE.
Scedo di sotto, telefono a T. Quanto amore dentro me. Quanto odio intorno a me. Famiglia mia, mi hai corrosa. Meglio bere.
Stappo del vino –rosso&fermo- e ne bevo.
E, nel frattempo, scrivo il mio appena vissuto, il loro quotidiano vivere. Le mie sensazioni continue. Papà, perché??
30lug08


31/07 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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