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SE IO FOSSI BUKOWSKI

Racconti

Era un torrido lunedì d’estate. Sedevo al bancone del mio solito pub, fuori ci saranno stati trentacinque gradi. Sudavo e sorseggiavo una birra fresca. Saranno state le sei e mezza del pomeriggio. Le mosche mi ronzavano intorno ma io non vi facevo caso. Il proprietario del pub era un tipo cordiale, dall’aspetto un po’ strano per colpa di una faccia rovinata dalle cicatrici dell’acne. Lo fissavo e pensavo a lui quindicenne di fronte ad uno specchio che si massacrava la faccia a furia di grattarsi via i frignoli. Buttai giù un altro sorso di birra. A parte me ed il proprietario, non c’era nessun’altro nel pub. Forse il cuoco in cucina che scongelava qualche hamburger, ma non ne ero sicuro. Faceva troppo caldo quel lunedì, anche per scongelare carne macinata.

La porta si aprì ed entrò una ragazza. Un gran pezzo di ragazza. Lì per lì non ci detti troppo peso, avevo un caldo boia. Non feci neppure il mio solito pensiero sconcio come quando vedevo una fica tipo quella appena entrata. Ma lei fece qualche passo e mi si piazzò accanto. La guardai di sbieco, il collo della bottiglia di birra piantato in bocca e la gola che lavorava per mandare giù quel nettare biondo e rinfrescante.
Lei appoggiò la borsetta sul bancone, si sedette sullo sgabello e lo girò nella mia direzione.
“Tu sei” e disse il mio nome “quello che scrive quei racconti sul” e disse il nome del giornaletto per il quale pubblicavo regolarmente.
“Già” dissi io ed alzai in alto la bottiglia in segno di lode nei miei confronti. Ma lei non sembrava troppo contenta di vedermi.
“Fai schifo!” disse con aria di disprezzo, aveva la bocca larga e delle labbra pitturate stile anni cinquanta.
“Grazie” risposi ed alzai nuovamente in alto la bottiglia, celebrando nuova lode alla mia persona.
“Chi cazzo credi di essere? Scrivi su una merdosa rivista che non legge nessuno, vai in giro pieno di te, hai sempre una bottiglia in mano. Non te ne frega di niente e di nessuno. Sei soltanto la brutta copia di Bukowski, anche per le schifezze che scrivi!” Quella bocca larga era piena di spregio nei miei confronti. Mi aveva appena dato della brutta copia di Charles Bukowski e quello, per me, era il più bel complimento che potesse farmi. Comunque aveva un bel coraggio nel parlare per essere una che si atteggiava ed assomigliava come una goccia d’acqua ad Amy Winehouse… Ora che la guardavo a modo, era praticamente lei: capelli neri attorcigliati sulla testa, occhi lievemente a mandorla truccati all’estremo, naso pronunciato e quella dannatissima bocca larga e sexy. Fisicamente era snella, quasi pelle ed ossa ad essere sinceri. Ma aveva delle tette gonfie e sode che sembravano far scoppiare la sua canottierina azzurra; aveva persino le braccia tatuate con i classici tattoo degli anni cinquanta.
“Bevi qualcosa?” Le dissi mentre lasciavo sul tavolone il vuoto della birra appena scolata.
“Whisky, liscio” e rufolò nella borsetta, probabilmente in cerca di una sigaretta.
Girai la testa in direzione del butterato e ordinai due whisky senza ghiaccio, anche se con quel caldo qualche cubetto non avrebbe guastato. Lui credo che mi conoscesse bene, perché andò a botta sicura e prese la bottiglia del mio dodici anni preferito e ne versò due generose porzioni in altrettanti bicchieri. Quando ci lasciò le bevute sul bancone si allontanò fissandomi con un ghigno complice, come se mi volesse dire “amico questa te la scopi”.
Amy – non mi importava di sapere quale fosse il suo vero nome, per me lei ormai si chiamava così – trovò l’accendino e la sua sigaretta che si piantò tra quelle labbra enormi e piene di rossetto. Il trucco le allungava gli occhi nocciola, aspirò una lunga boccata e la soffiò via verso l’alto, le braccia scheletriche e tatuate incrociate sotto il seno prosperoso. Non mi accorgevo che la fissavo, non mi accorgevo neppure di avere una mosca che mi camminava sulla fronte sudata.
Presi il mio bicchiere di whisky e lei prese il suo, non prima di aver tirato un’altra lunga boccata di sano tabacco: con la mano destra teneva bicchiere e sigaretta contemporaneamente.
“Alla merda che scrivo allora” ed alzai nuovamente il braccio.
“Alla brutta copia di Bukowski” ed anche lei si unì al brindisi. Poi scolò in un sorso il suo bicchiere ed io pensai che quella sera sarebbe stata davvero lunga. Quando riappoggiò il bicchiere sul bancone non potei fare a meno di notare la stampa del rossetto, anche sul filtro della sigaretta. Per un attimo mi dimenticai del caldo torrido e del sudore che mi scendeva dalla fronte e feci il mio primo vero pensiero sconcio nei suoi confronti. Ingollai d’un fiato il mio dodici anni e pestai il bicchiere sul bancone, schioccando la bocca che sapeva di malto.
Amy tirò ancora qualche lunga boccata di sigaretta, lo sguardo verso l’alto perso in chissà quale pensiero. Poi schiacciò letteralmente la paglia in un classico posacenere da pub.
“Ancora”, disse, mentre con dita affusolate si sistemava la tonnellata di rossetto che aveva sulle labbra. Il mio braccio era già alzato per richiamare l’attenzione del butterato il quale recepì al volo il messaggio e passò a versare altro whisky nei nostri bicchieri. Al quarto bicchiere il pub era un po’ più pieno di gente ed il caldo un po’ più sopportabile. Non mi ero accorto di niente però. Troppo impegnato ad osservare Amy che ingollava whisky d’un fiato e fumava sigarette lasciando stampe di rossetto ovunque. La sua pelle olivastra brillava di minuscole goccioline di sudore, dando vita ai tatuaggi sulle braccia.
Dopo la sua breve sfuriata ed il nostro strano brindisi non ci eravamo più detti niente, ma non me ne importava. Avevo fatto un sacco di pensieri sconci sul suo corpo flessuoso, soprattutto sulla sua bocca larga e dannatamente sexy.
Probabilmente lei si accorse che le fissavo le labbra. Aveva gli occhi allungati sempre più chiusi, segno che la ragazza era partita già al quarto bicchiere. Questa cosa un po’ mi lasciò deluso; pensavo che potesse reggere di più, di poter andare avanti a buttare giù whisky per tutta la notte fino a quando il butterato non ci avesse scosso dal bancone. Lei accennò un sorrisetto e disse “Ancora”. Io le piantai i miei occhi dentro ai suoi ed alzai automaticamente il braccio. Passarono altri quattro generosi bicchieri di puro malto scozzese, passò il caldo, passò un sacco di gente che entrava ed usciva dal pub; tutto intorno a noi sembrava scorresse veloce e noi eravamo lì fermi che tracannavamo whisky, fumavamo sigarette, ci studiavamo e non dicevamo nient’altro. Da quando le piantai gli occhi nei suoi non li staccai più, tranne che per piegare la testa all’indietro ed ingollare il dodici anni. Poi quando picchiavo il bicchiere sul bancone tornavo a fissarla, nel suo profondo sguardo nocciola.
Amy sorrideva adesso. Io avevo perso il numero delle bevute. Probabilmente avrei dovuto far mettere tutto sul mio conto personale perché non avevo con me i soldi necessari a pagare tutti quei vizi. Lei si accese l’ennesima sigaretta, la testa lievemente reclinata in avanti per il troppo alcool, i gomiti sul bancone. Volevo fare altrettanto, cercai nel taschino della camicia ma vi trovai solamente un pacchetto vuoto e qualche moneta.
Amy aspirò alla sua maniera una lunghissima boccata, dopodiché si staccò la paglia dalla sua stupenda cavità e me la porse; il filtro completamente pieno del suo rossetto. Io le tolsi la sigaretta di mano e per sbaglio le sfiorai quella pelle olivastra e lucida trovandola incredibilmente liscia. Me la ficcai in bocca ed assaporai quel misto di trucco, saliva, whisky e chissà cos’altro. Tirai avido finchè i miei polmoni lo consentirono e lasciai alla mia lingua ed alle mie labbra tutto il tempo necessario per assimilare i suoi odori e sapori. Soffiai via ed intravidi Amy tra la nuvola di fumo che mi si protendeva contro con il suo viso allungato e lievemente pronunciato e la sua strana acconciatura.
Avvinghiò le braccia tatuate e scheletriche intorno al mio collo sudato, i seni gonfi che mi premevano sul petto. Incollò quelle magnifiche labbra alle mie e mi piantò in bocca una lingua enorme e viscida che prese a muoversi armoniosamente. Mi cadde la cicca di mano. Provai a ricambiare quel bacio avido e bagnato; la saliva mi colava fino al mento. Con le mani, dalle dita lunghe e sinuose, mi afferrò i capelli e mi premette ancora di più contro di lei. Inutile dire che, nonostante l’alcool bevuto fino a quel momento, mi ritrovai l’uccello duro come il marmo; mi scoppiava nei sudici blue jeans che indossavo quel torrido lunedì d’estate.
Si staccò da quel bacio avido e bagnato e mi fissò con un sorriso sterile, sempre agguantandomi per i capelli:
“Sei una merda. Sei solo la brutta copia di Bukowski.”
Cristo se aveva ragione quella bellissima stronza. Scrivevo storie per un giornale locale ma mi credevo il più grande ed incompreso scrittore di tutti i tempi. Passavo i pomeriggi a bere birra e whisky, a casa o in quello schifo di pub. Non avevo mai un soldo in tasca e quando riuscivo a racimolare qualcosa giocando alle corse, spendevo tutto in alcool e troie. Adesso nemmeno loro mi facevano più credito, neppure le vecchie baldracche che battevano alla stazione. Cristo se aveva ragione quella bellissima stronza.
“Sei solo una merda” seguitava a dirmi guardandomi nelle palle degli occhi. Ed io non riuscivo a resisterle, a togliermela di dosso, a dirle che anche lei era una fottuta fotocopia del cazzo. Forse a lei riusciva meglio la sua parte, fisicamente parlando almeno. Io invece fallivo in tutto e per tutto nell’essere Bukowski; non ci assomigliavo neppure un pochino, soprattutto a scrivere ed a scopare.
“Fanculo! Scrittore di merda!” mi sputò addirittura in piena faccia, ed io stavo lì fermo e mi lasciavo insultare e tenere per i capelli, come una femmina. Manco mi ricordavo che avevo passato un bel po’ di anni a fare pugilato in una palestra di periferia e che potevo spaccarle quel naso mascolino con un montante improvviso. Ma ero ubriaco e probabilmente quella sera mi stavo anche innamorando di lei.
Amy mi si avvicinò di nuovo al viso, puzzava di tabacco e malto distillato. E di saliva e rossetto.
“Sei-solo-una-merda” scandì bene quelle quattro parole. Poi tirò fuori quella sua lingua spropositatamente grande e viscida e mi leccò la guancia dove poco prima ci aveva sputato. Non ero in grado di dire se ci fosse intorno a noi gente che guardava quel ridicolo teatrino. Forse, per un attimo, intravidi il butterato con in mano un bicchiere ed un cencio; mi fissava con un ghigno complice, come se mi volesse dire, ancora una volta, “amico questa te la scopi”.
Con un gesto della mano mi piegò la testa all’indietro. Le sue braccia erano ossute ma piene di forza. O piuttosto ero io che mi facevo piegare e maltrattare come più le compiaceva? Mi passò la lingua dalla base del collo fino all’orecchio, dove finì per conficcarmela dentro. Percepivo la saliva che si mescolava al sudore. Avevo un bastone in mezzo alle gambe, probabilmente se non avessi bevuto chissà quanto whisky sarei anche già venuto.
Amy tolse la sua enorme lingua dal mio orecchio e vi sussurrò dentro con una voce calda che mi dette un brivido sulla schiena.
“Adesso vieni con me in bagno che ti faccio un pompino” e non era una richiesta. Era un ordine.
Lasciò andare la mia testa, prese la borsetta dal bancone e scese dallo sgabello dritta verso i cessi. Quella scena assurda si era consumata di fronte ad ignari spettatori, più che altro intenti a vincere il caldo e buttare giù birra fresca piuttosto che pensare a quanto succedeva intorno a loro. Anche il butterato adesso era impegnato a farsi gli affari suoi: quando dava una cenciata al banco, quando versava da bere a qualcuno, quando serviva patatine stantie ai tavoli.
Guardavo la figura flessuosa di Amy che si dirigeva verso il bagno; barcollava un poco ma era ancora abbastanza ferma su quelle gambe lunghe e magre. La canottiera azzurra le pendeva da una spalla, la mini di jeans ancheggiava e, in alto, quella capigliatura del cazzo le faceva una testa sproporzionata rispetto al resto – magro – del corpo. Aprì la porta del bagno e sparì dietro ad essa. Scesi dallo sgabello, l’uccello gonfio e duro che premeva sui pantaloni, in bella vista. Mi asciugai un po’ di saliva che ancora avevo sulla faccia e presi la via del cesso. Dentro di me pensavo che quella sera avevo proprio una bella storia da scrivere e far pubblicare sul giornale della prossima edizione.
Aprii la porta del bagno, una porta marrone scuro che cigolava fuori dai cardini. Prima del cesso vero e proprio c’era un piccolo antibagno, dove Amy se ne stava in piedi accanto ad un sudicio lavandino. Ero un po’ ciucco, per cui tenevo la testa bassa quando entrai dentro. La prima cosa che vidi furono quelle gambe secche e slanciate che luccicavano, sudate. Alzai lo sguardo piano, piano.
Lei mi afferrò per il bavero della camicia a quadri sporca ed unta e mi tirò dentro, la porta che si chiudeva cigolando. Mi schioccò un altro dei suoi baci umidi sulla bocca. Ancora una volta percepii i suoi molteplici sapori. Poi mi staccò ed aprì la porticina del bagno, dove intravidi un logoro sanitario con la tavoletta abbassata; vi entrò dentro e con il suo sguardo nocciola mi impose di seguirla. Prima di farlo, mi voltai verso lo specchio dell’antibagno e vidi che ero grottescamente ricoperto di rossetto fin quasi al mento. Nel frattempo la mia erezione non s’era smussata, anzi. Adesso mi faceva proprio male tenerlo dentro ai pantaloni. Entrai – e come non potevo farlo – in quel lurido cesso e chiusi dietro di me la porticina, riuscendo a fissarla con un piccolo paletto rugginoso.
Stavolta fui io, gonfio di sesso e malto com’ero, a prenderla ed avvicinarla a me. Le piantai la lingua dritta fino in gola, con foga. Per la prima volta mi sembrò di sentirla gemere, un po’ per la sorpresa, un po’ per il whisky ed un po’ – speravo - per la voglia di scopare. Le misi una mano su quel seno gonfio, passai direttamente da sotto la canottiera azzurra. Le mie dita scivolavano sulle sue curve bagnate dal sudore; aveva dei capezzoli piccoli ma turgidi. L’altra mano gliela passai dietro al collo ed afferrai quegli stupidi capelli, come aveva fatto lei poco prima con i miei, al bancone. Amy, però, riuscì ad allontanarmi poco dopo il mio attacco.
“Cosa cazzo credi di fare?” ancora una volta le sue enormi labbra, adesso sbaffate di rossetto e saliva, erano piene di disprezzo nei miei confronti. Si piegavano in una maniera che io trovavo incredibilmente affascinante. Il cuore mi scoppiava sotto la camicia zozza.
“Piccolo scrittore di merda, sono io che ti dico cosa fare.”
Mi appoggiò con forza un gomito sulla gola e mi sbattè contro la porticina del cesso. Mi sputò nuovamente nel viso, io chiusi d’istinto gli occhi e quando li riaprii vidi lei che mi fissava piena di rabbia e chissà cos’altro in testa. Si attaccò nuovamente alla mia bocca con quelle labbra enormi e carnose, che ormai ero convinto me le sarei sognato per tutti gli anni a venire. La sua lingua era un enorme anaconda che strisciava lento e letale all’interno del mio palato. Ogni qualvolta che incrociava la mia di lingua, quel suo anaconda vi si attorcigliava viscido, crudele. Sembrava non voler lasciare scampo ai miei sensi.
“Fortuna che sono sbronzo” pensavo “sarei già venuto solo con i suoi baci” mentre lei continuava a baciarmi ed affogarmi nella saliva, stringendo sempre di più il gomito ossuto contro la mia carotide. La mano libera cominciò piano ad esplorare il mio bassoventre. Capii che puntava dritto alla cintura, le dita lunghe ed affusolate in cerca del movimento giusto per slacciarla. Alla fine vi riuscì. Ogni gesto che la impegnava di più era particolarmente nocivo alla mia gola, dato che spostava tutto il peso del corpo sull’altro braccio, quello che avevo premuto sulla carotide. Sfibbiata la cintola, la mano prese a sganciare i bottoni della mia patta gonfia e dura. Io che cercavo di non pensare ai battiti del mio cuore, al mio respirare difficoltoso, al suo mix di sapori: l’odore acre di sudore, quello rancido di saliva, quello familiare di tabacco, quello generoso di whisky, quello sintetico di rossetto.
Amy finalmente mi sbottonò completamente i jeans che caddero a terra perché due taglie sopra la mia. Mi calò le mutande e me lo prese in mano. Allentò la pressione del gomito e si allontanò dalla mia bocca. Io tirai una boccata d’aria, ma sentii quelle dita affusolate stringermi il coso e mi sentii prossimo all’eruzione. Emisi un gemito di piacere, un piccolo rantolo che lei, però, riconobbe. I suoi occhi disegnati si indurirono.
“Non provare a venire adesso, brutto stronzo” e la vidi sparire dalla mia vista. Andò giù piegando le sue lunghe gambe di lato. Immaginai la gonna che si allargava seguendo il movimento delle cosce. Mi chiesi se portasse le mutandine oppure se preferiva tenere la sua cosina libera, sotto la mini. Io curvai la testa all’indietro, sbattendola contro la porticina del cesso. Le sue labbra enormi e sensuali afferrarono il mio uccello e la sua enorme lingua – il suo anaconda – iniziò a lavorarselo con grande stile. Chiusi gli occhi dal piacere. Godevo al solo pensiero che quella bellissima stronza stesse facendo in quel lurido bagno ciò che mi aveva promesso al bancone, poco prima. Pensavo al nostro incontro, ai suoi insulti nei miei confronti, a quanto lei fosse strana e misteriosa. Le afferrai la testa tra le mani, strinsi quella capigliatura del cazzo e glielo affondai giù per la gola.
Amy ebbe un sussulto, soffocò un poco. Sentivo fiumi di saliva che mi correvano su e giù per l’arnese, accompagnati dal ritmo selvaggio della sua lingua gigante. Il suo anaconda. Lei liberò le mani e me le passò dietro alle natiche, premendo il mio corpo sempre più verso la sua testa. Abbassai lo sguardo e vidi le sue braccia ossute e tatuate che mi circondavano la vita, le sue gambe lunghe erano aperte e le tiravano su la minigonna fino a scoprire delle semplici mutandine di pizzo bianco – così le portava, le mutandine… - In mezzo a quella scena, la sua testa dalla strana capigliatura che si muoveva avida ed impegnata.
Io non resistevo proprio più. Non mi rendevo conto di quanto tempo fosse passato, se un minuto o qualche secondo. Con lei era sempre come prima, al bancone: tutto intorno che correva via veloce e noi che ce ne stavamo lenti a fare quello che facevamo. Qualsiasi cosa fosse. Piegavo la testa all’indietro, poi, soffiando via l’aria per lo sforzo di non venire, la ripiegavo in avanti per guardarla. Ero quasi al culmine del piacere.
“Oh si… Amy… così” ero talmente ebbro di alcool e sesso che la chiamai per nome, o meglio, la chiamai con quello che per me era il suo nome. Lei si fermò all’improvviso e si allontanò dal mio arnese, alzò gli occhi truccati verso l’alto.
“Che cazzo vai dicendo? Chi sarebbe questa Amy?” Dannazione. Ero talmente vicino a finire, perché diavolo avevo aperto bocca?
Sudavo, la magia si esaurì in un attimo. Adesso sentivo nuovamente l’afa di quel lunedì d’estate, il sudore che mi si era incollato ovunque, addosso. L’alcool prendeva il sopravvento all’interno del mio organismo scialbo e mi ammosciava l’uccello. Io non sapevo che fare e cosa dire. Riuscii solamente a chiederle “scusa, è che tu mi ricordi tanto quella cantante inglese” e le dissi “siete praticamente due gocce d’acqua, non è possibile che tu non la conosca. Avete lo stesso taglio di capelli del cazzo, la stessa forma del viso con gli occhi a mandorla, truccati e allungati; il naso mascolino, la bocca enorme ed incredibilmente sexy. Anche lei ha le braccia tatuate come te, con lo stesso stile” ma Amy seguitava a starsene inginocchiata in quel sudicio cesso e mi guardava dal basso verso l’alto con aria delusa ed affranta, davanti aveva il mio uccello barsotto. Credo proprio che non capisse di chi stessi parlando, per cui ebbi la premura di aggiungere un ulteriore indizio “dai, sono convinto che se avessi avuto un microfono tra le gambe al posto dell’uccello, tu mi avresti cantato una canzone con la sua stessa voce anziché ciucciarmelo” Lei si alzò di scatto e mi centrò la faccia con un destro che mi aprì un poco il labbro superiore.
“Guarda stronzo che io mi chiamo” e disse il suo nome “e tu non sei neppure l’ombra di Bukowski, neppure lo ricordi da lontano.” Diavolo se mi faceva male la bocca. Fortuna che a colpirmi era stato il braccio ossuto di una donna e che il whisky era un ottimo anestetico. Mi scostò dalla porta, sganciò il paletto ed uscì di corsa. Io mi voltai, con i pantaloni e le mutande a terra, la vidi che raccoglieva la sua borsetta nell’antibagno. Poi aprì la porta marrone scuro che cigolava fuori dai cardini e scomparve sbattendosela dietro.
“Amy. Io ti amavo” fu tutto quello a cui riuscivo a pensare mentre lei se ne usciva dalla mia squallida vita per sempre. Sputai a terra un catarro sanguinolento e mi leccai il labbro superiore. Sentii per l’ultima volta, misto al sapore ferroso del sangue, un retrogusto di saliva, rossetto, tabacco e malto. Abbassai lo sguardo e vidi il mio coso rattrappito tutto sbaffato di umide tracce rossastre e ripensai a quelle labbra enormi e carnose, ma terribilmente sexy. Mi tirai su mutande e pantaloni, allacciai la cintola e mi diressi verso il lavandino dell’anticesso per pulirmi un poco la ferita ed il viso.
Lo specchio rifletteva l’immagine di un patetico scrittore sulla trentina, con i capelli appiccicati ad una fronte ampia e sudata, gli occhi spenti dall’alcool e dall’incredulità di quanto appena successo, il naso lungo e storto, la bocca gonfia per il destro improvviso. Fissavo quello sguardo e ripetevo dentro la mia testa “lei non era Amy. lei non era Amy. lei non era Amy.” Ed io non ero Bukowski.
Mi pulii il viso sciacquandolo con dell’acqua fresca ma non guardai più dentro a quello specchio della verità. Uscii anch’io attraverso la porta marrone scuro che cigolava fuori dai cardini, mi sentivo anch’io un po’ come quella porta. Passai davanti al bancone del pub, chiamai il butterato e gli dissi che mi doveva fare credito anche per quella sera, che doveva metter su tutto sul mio conto. Lui mi rispose che avrei dovuto saldarlo al più presto, perché non pensava che mi avrebbe più visto nel suo locale. Io lo guardai dentro alle fessure che aveva al posto degli occhi, in mezzo a quelle cicatrici da giovane disperato. Dissi “va bene” e lo salutai. Mentre uscivo da quel posto mi sembrò di sentirmi salutare “Ciao Bukowski” ma credetti di essere soltanto ubriaco e stanco.
Nel giro di un mese, non so come, riuscii a raccogliere i soldi necessari per saldare il mio debito al pub del butterato. Quando portai i soldi, lui mi ringraziò e mi chiese se volevo bere qualcosa. Io risposi che “no, grazie” non mi andava più di bere.
“E neppure di scrivere” ma questo a lui non lo dissi.
Ci stringemmo la mano, ci salutammo con un sorriso vero e non ci vedemmo mai più. Chissà quanto tempo passò da quel torrido lunedì d’estate, non lo ricordo. So solo che adesso la sveglia suona alle sette di mattina e che ho imparato a farmi un nodo alla cravatta per conto mio. Bevo solo cola ed aranciata e giro per un sacco di posti con la mia ventiquattrore, per fare promozione a falsi prodotti di bellezza. Vedo un sacco di belle donne. Di Amy, però, neppure l’ombra. E neppure di Bukowski.
26/08 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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