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Nel Campo dei Cipressi

Racconti

Un bambino passeggia perplesso, avvolto dal vento, la fronte corrugata e nella mente un dubbio atroce, una terribile sensazione che gli sta uccidendo la giovinezza, una perdita di fede e una morte che ha messo in discussione il suo credo, e quella fiducia incondizionata nell’esistenza del Dio creatore, amore e benevolenza.
Attorno, ragazzini bastardi e vecchi stolti vagano tra i corpi decomposti di poveri cristi crocifissi ai lati della strada, cercando spazio per la propria croce, proseguendo annusando ebbrezza tra i lamenti ed il fetore nauseante della putrefazione. Il bambino va avanti silenzioso, gli occhi fissi a terra, una preghiera ad ogni croce ed un singhiozzo disperato per ogni chiodo conficcato nella carne.
Le tenebre fanno propria la notte, le nubi si raddensano e la pioggia inizia a cadere mescolandosi al sangue, i lampi infrangono il cielo illuminando giocattoli abbandonati, antichi palloni e bambole di gente andata, ricordi perduti di peccatori blasfemi dagli animi corrotti, uomini rimasti tali poiché incapaci d’improvvisare filosofie gentili ed ammalianti. D’un tratto, una voce fioca ed improvvisa, simile ad un respiro roco, chiama per nome il fanciullo che si volta sorpreso, impaurito, verso quell’alta croce che ospita il volto familiare di un uomo il cui aspetto sfigurato appare meno morto degli altri, uno spirito stanco aggrappato ad un corpo divorato dal dolore e dalle larve, una bocca insanguinata che ha ancora voglia di blaterare. Così l’uomo racconta al bambino la propria storia, la simpatia per la Chiesa, quell’odio immondo per i vizi e i desideri della carne, le infinite maledizioni rivolte a taverne e bordelli, scienza e tecnologie. Si sfoga, inveisce contro Dio, quel Cristo che lo ha abbandonato facendogli smarrire il cammino, indirizzandolo tra le braccia monche di preti e suore, figli di satana assassini d’ideali e progresso, spacciatori di candida gialla eroina che appanna la vista svincolandoci dal peccato. Parla, parla e parla, l’uomo dice di cose sempre sapute, mai dette, una storia di morte e vita, la vicenda di un uomo fottuto che gli brucia il culo e fa male. Ma mentre parla i suoi occhi si fanno carichi di lacrime e tristezza, sono travolti da un pianto disperato per la disperazione di essere stato truffato ed ingannato da un dio che in realtà non è Dio, una religione fasulla e satolla di promesse, fatte da nessun altro che da gente corrotta ed assetata di denaro, inconsapevole dell’amore e schiava dello spicciolo. Una bestemmia sincera gli si materializza in testa, prega il bambino affinché non faccia quella stessa orrenda fine, affinché possa finalmente assaporare la vita, libero da inutili moralità e stupide costrizioni.
Il bambino ha ascoltato e compreso, la commozione lo pervade intorpidendogli i pensieri e le emozioni, inzuppandogli le mani nell’Lsd e portandole alla bocca dell’uomo che gliele succhia sino a farle sanguinare. Poi divora il proprio sangue mescolato all’acido, si sbarazza del battesimo e alla fine si risveglia dal sogno che per tutta la sua breve vita l’ha incatenato in paradisi fittizi, fatti d’angeli biondi e nuvole d’orate. Ora è di nuovo pronto, ad assoggettare il mondo, la rabbia lo percuote, la via si riempie di puffi balordi ed immorali, esseri immondi armati di parole e mannaie, un esercito ribelle che sospinto dall’estasi abbatte le croci ed uccide i superstiti ovattandone la sofferenza.
La ribellione sopprime la repressione con aghi forati da spine di rosa e cose che non ricordo, l’eroina viene risucchiata dai corpi liberando così i pensieri da fiacchezza e rassegnazione, la follia s’impossessa degli animi claudicanti che ora alzano lo sguardo al cielo arricchendo la propria esperienza ed allontanandosi dal fetore e dal desiderio della morte. Le croci cadono una dopo l’altra, una melanconica e triste vittoria, un insensato senso di stordimento e perdizione che sostituisce le certezze imposte con vaghe impressioni e percezioni ambivalenti di un mondo più magico e concreto.
Le tenebre si dissolvono e la fiaba sta per finire, una luce arde nella notte, conferendo allo sguardo del bambino consapevolezza, e una maturità che finalmente gli permette di riconoscere se stesso da adulto nel viso del crocifisso steso a terra di fronte a lui.
Alla fine si guarda morire nel campo dei cipressi, accompagna il proprio trapasso, il funerale, con un silenzioso lamento, ed assiste alla resurrezione di un uomo con una tenue soddisfazione per l’essere alla fine riuscito a salvarsi dalle lacrime e la disperazione. Un ultimo pianto gli sciupa il viso. E’ un pianto di gioia, il vagito dell’infante che per la prima volta incontra la vita, il grido liberatorio di uno spirito che rincorre la luce, una strana nostalgia, un uomo che ha abbandonato tutto, antichi palloni e bambole, ricordi perduti in una nottata d’inverno, nel vecchio e freddo campo dei cipressi.
13/01 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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