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UNA BOTTIGLIA.. ..E IL MOMENTO GIUSTO PER BERLA

Racconti

Eravamo andati in spiaggia con l’auto di Rod. Le ragazze ci stavano tormentando da tempo per andare su quella stramaledetta spiaggia a far baldoria. Avevamo tutto l’occorrente per un week end all’insegna di un trambusto mentale che ci avrebbe annientato per almeno mezza settimana.
Appena arrivati depositammo i termos pieni di birre sulla sabbia e montammo la tenda nei pressi di un cespuglio. Vicino c’era un bidone dell’immondizia semivuoto.

Finito di montare la tenda ci sistemammo con le asciugamano e cominciammo a stappare le prime bottiglie di birra. Ricordo che non avevo tanta voglia di bere ma il brindisi al week end era d’obbligo per cui alzai in alto il mio bicchiere e salutai i miei amici con un ingurgito secco.
Mi sedetti sulla asciugamano poco lontano dalla tenda. Rod mi lanciò una lattina di birra che afferrai al volo. La poggiai a fianco e strinsi le ginocchia tra le braccia.
Passavo un momento difficile e non avevo voglia di quel week end spacca pensieri.
I soldi che mi avevano dato dall’ultimo lavoro stavano per finire e l’affitto da pagare era sempre più vicino. Con la testa stretta tra le gambe osservavo la sabbia. I miei capelli la sfioravano ondeggiando avanti e indietro. Con le mani facevo passare la sabbia all’esterno formando una buca che si inumidiva un po’ alla volta. Non riuscivo a smettere di pensare. Infiniti stati d’ansia si accumulavano tra le memorie di un tempo che scorreva troppo in fretta. Dei crampi allo stomaco che non mi mollavano ormai da tempo mi facevano contorcere il viso in delle smorfie di dolore che cercavo di nascondere. Alzai la testa in su e socchiusi gli occhi. Feci roteare il collo fino a sentirlo schioccare, poi aprì lentamente gli occhi e guardai verso i miei amici. Notai che le ragazze stavano inseguendo Rod buttandogli addosso delle lattine di birra. Distolsi lo sguardo e mi distesi.
Osservai il cielo. Delle nuvole stavano facendosi avanti minacciose e i gabbiani volavano bassi. Voltai la testa da un lato e notai un tizio sulla battigia che era seduto con i piedi scalzi a mollo nell’acqua.
Sembrava un barbone da come era vestito. Quattro stracci appesi..
Lo guardai con attenzione e notai che stava fissando l’oceano. Sistemò le gambe strette tra le braccia e poggiò il mento sulle ginocchia. Avrà avuto sessanta anni. Notai che con la testa seguiva il volo dei gabbiani, poi tornava ad osservare l’oceano. Lanciava un ghigno strano ogni volta che seguiva il volo dei gabbiani.
Se ne stava con lo sguardo fisso sull’orizzonte. Sembrava stesse pensando profondamente a qualcosa. Il suo viso subiva delle smorfie singolari quando si concentrava. Come se quei ricordi non fossero piacevoli.
Ad un certo punto infilò una mano in tasca e ne tirò fuori qualche spicciolo. Li osservò per un po’ e li ricacciò in tasca. Tirò un sospiro e riprese a guardare l’oceano e il suo orizzonte lontano.
Ricordo che lo osservai pensando che quella sarebbe stata la mia fine. Ridotto a fissare l’oceano con quattro straci addosso e pochi spiccioli in tasca.
Un uomo solo, impalato tra ricordi di ogni genere che lo conducono sempre a quella attuale condizione. Costringendolo a starsene alla larga dalla vita come la più perfida delle malattie.
Ero sdraiato sulla mia coscienza a ricordare gli errori. Gli stessi errori che mi avevano condotto in quel triste giorno a raggomitolare in un angolo la mia gioia. La gioia che come una terapia intrappola il mio cervello tra uno sputo d’amicizia e un’inutile ragazza.
Non riuscivo a dimenticare niente. Tutto affiorava dalla memoria in un travolgente supplizio che feriva a morte ogni tentativo di sopprimere quel me stesso pieno di paure.
Ad un certo punto cominciai a fissare l’orizzonte nello stesso modo in cui lo guardava il vecchio. Appoggiai il mento sulle ginocchia e concentrai l’attenzione sull’oceano.
Il vecchio si alzò e si scrollò un po’ di sabbia dai pantaloni. Poi prese una bottiglia che aveva vicino e ne scolò il contenuto, la gettò per terra e si diresse verso di noi tenendo in mano le scarpe con dentro i calzini. Si avvicinava lentamente, sembrava facesse molta fatica a camminare sulla sabbia. Giunto nei pressi di Rod si fermò per un attimo e lo fissò barcollando avanti e indietro. Rod lo guardò con aria seccata e poi si avvicinò a lui tenendo stretta a se Linda. Inveì contro il vecchio, dicendo qualcosa riguardo al tempo sprecato. Poi lo tormentò parlando della figa delle ragazze come un trofeo da conquistare. Il vecchio se ne stava fermo barcollando un po’. Osservava Rod e non diceva niente. Poi lentamente alzò il braccio sinistro in direzione della bocca. Sembrava stesse per rigurgitare, ma riuscì a trattenere il conato. Rimandò la mano penzoloni e fece il giro largo per non passare vicino alle asciugamano di Rod e le ragazze. Arrivato alla fine della spiaggia, si sedette su una panchina nelle vicinanze e si sistemò i calzini e le scarpe. Si voltò a guardare ancora una volta l’oceano poi si incamminò in direzione del Motel poco distante dalla spiaggia.
Io rimasi seduto sulla sabbia a fissare l’oceano e quell’orizzonte lontano. Poi socchiusi gli occhi lentamente e mi lasciai andare all’indietro.
Quando riaprì gli occhi mi ritrovai sulla sedia di casa. Mi guardai attorno con gli occhi semichiusi, ero ancora intontito dal sonno. Senza fretta spalancai gli occhi e mi strofinai la faccia con le mani. Terminato il tentativo di risveglio, appoggiai le mani sulla scrivania e mi sollevai. Afferrai il libro che stavo leggendo e lo aprì dove era rimasto il segno. Lo guardai attentamente poi ripresi a leggere:
“Dieci minuti più tardi era in camera sua. Si tolse le scarpe e si sedette sul letto. Non accese la luce, gli piaceva il buio, il buio aveva un senso.
Si mise ad ascoltare attentamente così sentì l’oceano. Ascoltò l’oceano per un po’ poi sospirò, tirò un gran sospiro e morì.”
Mi fermai per un istante alla fine del racconto. Tornai alla prima pagina.
Il titolo faceva: “ Un dollaro e venti centesimi”
Richiusi il libro e osservai la copertina. C’era una donna nuda disegnata da Tom Wesselmann.
L’autore, un pazzo furioso di nome BUKOWSKI.
Rimisi il libro nella libreria e mi scolai quello che era rimasto della bottiglia di vino.
Era quasi l’alba.
23/05 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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