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xantoscòpia

Racconti

PRIMA SCENA

Come euforia inebriante, tumultuosi incontri con lente d’ingrandimento sul ciglio della strada accanto alla casa in rovina.
Se ne stava lì a guardare come se aspettasse ancora quello sguardo.
“Domani sarò più sincero con me stesso e certe verità le farò cadere dalla bocca, senza far rumore” pensava Xavier mentre alzava i suoi Ray-Ban marroni per strofinarsi gli occhi ancora annebbiati dall’inaspettato intreccio.

Quello che pensavo in quel momento era schiacciante…
…il timore d’avere il futuro scomposto in due facce che ti guardano ostili rendendoti vulnerabile, privo di reazione.

L’autobus s’avvicinava lentamente verso di me lasciando polvere alle sue spalle con l’intento di essere pure lui protagonista di quel che doveva succedere.
“Scusi, è quello che và in città?”
“Si, salga”.

SECONDA SCENA

Alla fermata fui travolto dall’immortale sensualità di quel posto, dove il ritorno era padrone ed io schiavo di tutto quello che avveniva in quel preciso istante.
La luna, colore rossastro con tratti violacei, ubriaca, poggiata sul tetto, immobile.
Mi diressi verso le scale, riconoscevo l’odore dei muri, del legno, migliaia di corpi appagati, profumo di rose, d’incenso.
Dal locale accanto filtravano le note contorte di Karmacoma dei Massive Attack che in maniera sconvolgente si fondevano con la scena.
La porta era aperta, le candele accese,una trappola d’amore impaziente di essere il rifugio del desiderio inaspettato.
“Come mai qui?”
“Ti dispiace?”
“Aspettavo questo momento come la mia morte”
“Perché, qual è il tuo legame con lei?”
“E’ l’ultima donna che mi vorrei scopare”
Lei si alzò dal divano verdastro e passando le dita sulle mie labbra sussurrò: “E’ quello che aspettavamo da tempo”.
Fu come un vortice di angeli e corvi che si mordevano le ali e facevano l'amore senza riconoscere la propria madre, inaspettato e fottutamente intenso.

Poggiai la mia nuda e stremata schiena alla spalliera del letto e dando un’occhiata fugace al viso appagato di lei versai un goccio di J&B nel bicchiere e lo buttai dentro in un sorso come per spegnere qualcosa all’interno che bruciava le mie oscure viscere.
Inavvertitamente fui preso dalla paura che in quella stanza ci fosse solo il mio corpo stanco buttato sulle lenzuola, e che tutte le parti coscienti di me fuggivano tra le querce prive di foglie, grigie e minacciose, fuggivano da tutto ciò che non mi apparteneva o quanto meno cercavano sollievo in un nome: Clara.

TERZA SCENA

Dovevo assolutamente distogliere quel pensiero lancinante dalla mia mente, mi vestii in silenzio, al buio, con lo sguardo rivolto alle persiane semichiuse le quali, ogni tanto, venivano investite dalle luci delle auto in corsa.
Chiusi con accurata delicatezza la porta… i suoi fianchi, le sue gambe e poi le scale.

Entrai nel locale, Simon fece un sorriso e mi invitò a sedere al bancone, vidi Elena, che mi venne incontro lasciando i suoi goffi clienti ai loro bassi discorsi.
“Ci sei mancato”
“Anche voi, tanto”
“Scommetto che non potevi resistere senza i miei baci”
“…e senza il mio Rhum” aggiunse Simon.
Ero a casa, quei volti segnati da mille incontri, da piccole-grandi cose, da eventi profondi come un grembo materno, stavano davanti a me, per un attimo il mio stato d’ansia abbandonava l’involucro.

La bocca bagnata, le mani sfioravano i capelli, il gomito affondava nel legno, tutto così lento, tutto così scomposto, vomito.

Seppellivo lo sfogo di tante trappole sconnesse nel cesso, l’acqua sul viso, uno sguardo a quel tizio che mi fissava allo specchio e poi? Poi non ricordo, so solo di aver fatto un sogno strano.
Il letto al centro di una stanza con le pareti in pietra che confluivano in alto disegnando corpi di donne ed io in ginocchio piangevo e deliravo.
Le vesti strappate di color bianco sporche a chiazze, anche la faccia, le lenzuola, tutto quello che mi stava attorno era sudicio.
Strofinavo le gambe come volermi liberare da quello stato ma rimanevo fermo, bloccato.

Un grido stridente si liberò in quelle ore del mattino, il sudore, la paura, sì la paura di continuare a toccare con mano la parete dell’inconscio.
Avevo ancora gli occhi chiusi quando lei cominciò ad accarezzarmi ed a rassicurarmi.
Elena, nuda sul letto, mi sfiorava con la sua morbida bocca la fronte sussurrando delle parole che non sono riuscito a udire, ero ancora nel limbo, fra illusione e materia.

“Aiutami ad alzarmi, devo ritornare nella mia stanza”.
“Non puoi in questo stato”
“Per favore”
Lo sguardo triste di lei annuì.

QUARTA SCENA

Onde percorse a cento all’ora insoddisfatte dell’orgasmo provato.
Uscii lentamente, senza che nessuno se ne accorgesse.
I tir lasciavano i segni del risveglio della città
…non avevo mai pensato alla pioggia come il seme del cielo, chinandomi osservai il miracolo
…credevo di toccarlo.

QUINTA SCENA

Amore mio, il giallo bruciato del tramonto è molto simile a quello della fiamma che ti sfiorava rendendoti unica.

Poggiato sul vetro dell’autobus, ho davanti una donna di colore con il suo bambino in braccio , a sinistra un vecchio signore, il braccio sul petto e la mano sulla fronte, a cosa starà pensando?
Mi giro, il fumo delle fabbriche, gli alberi neri, come una foto.
Penso a quello che ho sognato, strano.
Le campagne soffrono la solitudine, i cani dormono, non credo di essere fuggito per paura, so di aver fatto quello che sentivo in quel preciso momento, il resto non conta.

Tacito risveglio del mattino, con l’aria ancora vergine, la luce fragile, tutto quasi imbarazzante, sento di arrossire a tutta questa bellezza.

Il conducente ci regalò uno sguardo, continuò il suo cammino.

SESTA SCENA

Ero girato quando sentii la brusca frenata, non vidi nulla, il filo della vita si staccò sbattendomi in una temporanea perdita dei sensi.
Il mezzo capovolto, il silenzio.

Nel mio cervello rintronava un lamento di suoni rinchiusi e colori che cercavano di appropriarsi delle forme abbandonate.
Lentamente, lentamente, sentivo le dita a contatto con lenzuola di seta, la schiena indolenzita, un dolore alla spalla atroce.
“Come sta?” accennò una voce di donna.
“Si sta svegliando” bisbigliò un individuo.
“Fortuna che si sia salvato”
“Si, fortuna…”

Non riuscivo ad aprire gli occhi, un po’ per mancanza di forze, un po’ per paura di quelle voci sconosciute che aspettavano il mio risveglio.
Loro continuavano a parlare.

“La vita indossa la veste di madre e quando meno te l’aspetti quella di boia” riprese lei.
“E’ capitato”
“Posso sforzarmi di capire, ma quando con un soffio si spengono le luci di tante persone non so fino a che punto…“
“Cosa?”
“Fino a che punto potrei pensare che ci sia…basta, lasciamo perdere, forse è meglio che vada a fare una doccia fredda per congelare i pensieri”
“Si, forse è meglio”

Quella voce, non so chi fosse quella donna ma le sue parole arrivavano nelle mie orecchie come note di un piano in una stanza piena di rose.
Mi riaddormentai sprofondando con tutto il corpo e la mente.

SETTIMA SCENA

Aprii gli occhi, fuori era buio.
Mi giro sentendo delle voci che provenivano da un apparecchio televisivo, proprio accanto a me.
Lei mi dava le spalle seduta ai piedi del letto, ogni tanto assaggiava un sorso di non so che da un bicchiere che teneva poggiato sulle gambe.
Non se ne accorse della mia presenza.
Il vetro gli accarezzava le labbra e i capelli facevano da cornice al suo profilo francese.

“Dove sono?” chiesi con tono molto pacato.
Si girò lentamente con un sorriso.
“Forse nel giardino dell’Eden?” rispose accarezzandomi il braccio.
Si avvicinò di più e mi strinse la mano.
“Come ti chiami?”
Io rimasi incosciente per qualche secondo.
“Xavier” dissi guardandola meravigliato.
Lei ricambiò lo sguardo ed io imbarazzato mi misi a guardare le pareti della stanza, erano rosse e piene di quadri. Mi soffermai su un’immagine raccapricciante, un uomo e una donna in un abbraccio intenso e passionale, sanguinanti, sotto una diabolica figura umana che con denti aguzzi sfiorava le gambe degli amanti.
“Dove sono?” ripetei nuovamente.
“Ti è andata bene, è stato mio marito a portarti qui, in quelle lande desolate per un servizio fotografico e ha visto quel che non doveva vedere, proprio oggi dove per lui non esisteva nulla tranne che l’inaugurazione della sua mostra.
Sei con me, stai tranquillo”
“Sono sue queste tele?”
“Si, sono i suoi figli, le sue donne”
“Qual è il tuo nome?”
“Veronica”
Sollevandosi i capelli dalle spalle si diresse verso la stanza accanto.
Gli occhi vagavano, tentai di alzarmi ma il dolore alla spalla fece si che io esprimessi il mio martirio.
Sentii i suoi passi frettolosi e agitati, mi accarezzò il viso, sentivo le sue dita fredde e affusolate.
“Non devi alzarti da solo, ti aiuto io”
I seni strisciavano sul mio viso ed io come un bambino mi abbandonai su di lei.

La finestra si estendeva per tutta la parete , vidi l’immagine di Veronica e quella mia accanto.
Ci avvicinammo a pochi centimetri dal vetro, vidi degli scogli, il mare tetro, mi girai di scatto e la guardai quasi come se quel mostro naturale mi incutesse paura.
Lei aveva lo sguardo fisso, si specchiava nel mare nervoso e in quel viso che ormai accettava tutto, anche la morte.
Incomunicabile pensiero, sotterrato abbastanza da non poter sentire il fiato rappreso.

OTTAVA SCENA


Sentimmo aprire la porta d’ingresso.
Lei mi aiutò a sedermi sul letto.
“Sei tu?”
“Si” rispose il marito sbattendo la porta.
I passi ostentati verso la stanza martellavano la mente di Veronica, si aggiustò i capelli e gli andò incontro.
“Vedo che si è ripreso”
“La ringrazio per tutto quello che ha fatto per me”
“Dì grazie al tuo Dio no a me, è pronta la cena?”
Con la mano sinistra Veronica indicò la stanza “Prego signore”

Ci sedemmo, la sedia non era delle più comode, ci guardammo in faccia senza dire una parola.
“Questo vino è del ‘78” accennò lui “ bevi pensando alla passione, alla vita, a…”
“alla donna, alla morte” risposi io alzando il bicchiere.
“Si” rispose con un po’ di sdegno.
Sfiorammo i calici e ci scambiammo delle occhiate fugaci.
“Spero che queste mie invenzioni siano di tuo gradimento” disse Veronica
“Sono buonissime” risposi.

Sapevo di essere osservato.
Il lago rosso con i suoi battelli, le guance cremisi, le occhiate fugaci perse nell’istante. Potevo dirti tutto in un sol minuto, sarei stato così spontaneo.

Sentimmo un rumore provenire dalla stanza accanto.
La porta si aprì con la brutale violenza di chi è affamato della sua vittima.
“Crepa bastardo”.
Una serie di colpi d’arma da fuoco misero a soqquadro l’intera stanza, d’istinto ebbi il tempo di prendere il braccio di lei e tirarla verso me.
Cademmo a terra in un lago di vetri e schegge.

NONA SCENA


Storditi dagli spari e dall’informe carcassa che giaceva davanti a noi ci alzammo con estrema freddezza.
La pistola buttata a terra, senza la protezione di un angelo, la colsi da terra, abbandonai la casa.
Le candide parole per pochi si liberavano come la fine di un melodramma, nascoste o scrutate dietro una porta socchiusa.

DECIMA SCENA


Il sole batteva sulle lenti di vetro ghiacciato annebbiandone i colori.
Da lontano, il ricordo di Clara era nella polvere che si alzava, nelle sinuose forme del fumo della sigaretta, tra i mobili silenziosi, ‘non potevo pretendere niente’ pensai.
Sentii dei passi venire da dietro, le braccia mi avvolsero, il suo profumo d’incenso mi rassicurò. “Ti amo”.
Lento il movimento con i suoi tortuosi sfregi, le carezze, il contatto.
Dentro me stesso col pensiero di riviverlo, magari in una stanza con le note della canzone preferita, aspetto, magari sei qui, davanti a me.
(Salvo Ladduca)
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07/05 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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