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La stanza

Racconti

Si raggomitolò sul letto, lo sguardo di Yuri, sorridente e perplesso posato su di lei, sulla curva morbida delle sue ginocchia aderenti al petto. Avrebbe trascorso così il resto della sua vita. Afferrò la bottiglia di spumante, ancora chiusa sul comodino, la stappò frenetica; ne bevve un sorso, poi ancora, finchè le bollicine le bruciarono la gola, facendole lacrimare gli occhi.

Spostò la testa verso Yuri, con una mano, piano, gli sbottonò i jeans. Si mosse con sicurezza, in un attimo la sua lingua fu lì dove doveva essere. Non si fermò fino a quando il getto caldo di sperma le inondò la gola.
Yuri si alzò, sistemandosi i pantaloni si avvicinò allo stereo e cambiò disco. Lei sentiva che non le staccava gli occhi di dosso, ma non ricambiò lo sguardo. Aspettò in silenzio che lui se ne andasse, poi chiuse la porta a chiave e tornò a raggomitolarsi, questa volta direttamente sul pavimento freddo.
Bevve ancora, e ancora, vuotò la bottiglia e cominciò a piangere.
Lottando contro le lacrime e la nausea che l'assaliva sempre più insistente, si mosse verso il secchio, nell'angolo buio, vomitò singhiozzando, sentendo ogni conato come una lama in gola. Le sembrò di non aver fatto altro nella sua vita, il tempo si era fermato e lei era china sul cerchio di metallo grigio. La testa le girava senza sosta, le ginocchia smisero di sostenerla, finalmente si accasciò esausta. Strisciò a fatica nel centro della stanza.
Aveva deciso e nulla le avrebbe fatto cambiare idea.
Aveva percepito anni prima l'insormontabile ostacolo tra lei e il resto del mondo. Quell'ostacolo era finalmente diventato reale, aveva preso la forma di un muro, quattro pareti attorno ad una stanza.
In quella stanza aveva portato uno stereo e una decina di dischi, la bilancia, il secchio, un letto e sette bottiglie di spumante. Poi si era chiusa dentro, con la sua peggiore nemica. E aveva cominciato a combattere, per distruggerla. Aveva cominciato a cancellarsi. Le giornate erano passate con indicibile lentezza, fino a quando, sentendosi sconfitta, aveva aperto la porta e fatto una telefonata.
Ma la sensazione di fallimento era durata poco. Aveva realizzato infatti che lasciare entrare, di tanto in tanto, degli estranei nella sua prigione avrebbe sì prolungato l'agonia, ma anche variato e approfondito le sensazioni. E lei era avida di sensazioni. Così aveva incontrato Yuri e Ale e Filippo e con ognuno aveva trascorso ore più o meno piacevoli, inventando giustificazioni plausibili a quella strana reclusione, non rivelandone mai lo scopo. Le avevano portato nuove bottiglie (e anche del cibo, ma lei lo aveva buttato nel secchio) e avevano, le ultime volte, espresso preoccupazione per il suo aspetto sciupato. Proprio quel pomeriggio Yuri aveva notato la sua magrezza eccessiva, gli occhi scavati, il tremito incessante della voce sempre più roca.
Per questo aveva deciso che quella sarebbe stata l'ultima volta. Non poteva permettere che le persone le impedissero di realizzare il suo progetto.
Le erano rimaste due bottiglie. Si chiese quanto sarebbero durate.
Si spogliò completamente e salì sulla bilancia. La sua vista annebbiata riuscì a distinguere a malapena due cifre veramente ridicole, non poteva essere lei. Le venne da ridere al pensiero di poter contenere in quel numero tutto quel dolore, tutto quell'odio, tutto quel vuoto. Scagliò la bilancia contro il muro, mandandola in frantumi con uno schianto acido.
Si sedette, nuda, sul pavimento. Afferrò una bottiglia ma non ebbe la forza di aprirla. Allora la sollevò in alto e la fracassò in terra. Le schegge di vetro la colpivano e la ferivano ma tutto quello che lei sentiva era il rumore, e il sapore delle miriadi di goccioline sulle labbra.
Barcollando raggiunse la porta. L'ultima sua sensazione fu il metallo freddo della chiave tra le dita.
22/12 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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