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Un'unica idea

Racconti

Fiumi di feci liquefatte scorrono in quel deserto, dove un fottuto vergine canta canzoni d’amore, aspettando il giorno che verrà, udendo l’incessante defluire dell’energia vitale, un fastidioso ronzio che annebbia il suono della voce, il pianto del cuore per la propria infame condizione di vecchio vergine e cardiopatico buffone. Il grigiore del vello cela la sua pelle ormai dura come il cuoio, scura come il cielo di una notte senza luna né stelle.
I suoi occhi vagano alla ricerca di un sorriso, speranzosi, vivi, affamati del succo di donna che mai gli fu concesso di assaporare. La mente occlusa dal desiderio gli impedisce la ragione, lo scorrere di quei lucidi pensieri che permettono ad un uomo di vivere tranquillo, felice di sé ed innamorato della propria essenza. Il vecchio balordo ha sete, è stufo di rinfrescare l’ugola in quei fiumi lerci e maleodoranti; il vecchio cialtrone è stanco, sente il peso dell’età e sa di non avere più tempo. Tra non molto qualcosa in lui morirà, ne è certo, una malattia lo ammazzerà come un cane bastardo. Un’unica e vigorosa idea pervade quel corpo che sarebbe felice di potersi lasciar andare, di affogare in un sonno dolce ed eterno. Un’unica e vitale idea gli inculca la forza necessaria per sopravvivere e lo fa lottare, contro il triste Mietitore in uno scontro impetuoso ed aberrante. La Morte gli amputa un braccio, il destro, di netto, con una crudeltà degna solo del figlio del demonio. Ma la sinistra può bastare a smaltire lo sperma, ad impedire l’esplosione dei testicoli già gonfi e doloranti. Non è ancora detta, il vecchio storpio può ancora farcela. Non è detta, porca puttana, non è ancora detta. L’idea di una passera lo aiuta a non morire, a resistere a quella condizione apprezzata falsamente da preti e suore, vescovi e santi. Non può morire, non ora almeno, non vergine, per Dio. Un sussulto, un bruciore intenso, una smorfia lacerante, un grido di dolore e rabbia. La ferita è subito infetta, puzza, inizia a marcirgli l’anima, a indebolirlo nella mente e nel fisico. Il corpo del vecchio ora è una miccia, e la cancrena scandisce il tempo, ricorda chi è il vincitore della battaglia. Ma la verginità può essere ancora sconfitta, meglio fuggire da quel luogo, meglio correre, veloce, sempre più veloce. Non resta molto tempo. Uno scatto improvviso ed un cuore malato che batte forte, irregolare, e rende il respiro affannoso e la corsa difficile. Egli inciampa e cade, producendo un tonfo sordo, con i ciottoli taglienti che sfregiano la carne e si insinuano nelle ferite sanguinolente. La fine è vicina, il Mietitore non si è arreso, è testardo, troppo crudele, troppo implacabile e potente. Ora è lì, di fronte a lui, impugnante quella maledetta e temuta falce. Un sibilo assordante, degli schizzi di plasma, ed un piede che rotola e si allontana. Un nuovo bruciore, un’altra smorfia seguita dal grido rabbioso provocato dal dolore. Delle lacrime gli irradiano il volto, donandogli splendore, quella lucentezza tipica di un Dio ventenne e inarrestabile. Qualcosa in lui è cambiato, il pianto sembra avergli donato nuova forza, ha reso il suo sguardo risoluto, deciso all’azione. Il vecchio corpo ora si erge orgoglioso sul piede rimastogli, i muscoli tesi, il dolore svanito, solo tanto odio e quell’unica idea che aleggia e brilla arricchendolo di potere e vigore. Il fottuto vergine è finalmente pronto a fottere, chiunque, senza pietà, senza alcun’esitazione o ripensamento. E la Morte lo sa, riesce a percepire la metamorfosi, la trasformazione della preda in predatore. Ha paura, è terrorizzata, è conscia che ora non potrà fallire, che per la prima volta nella sua esistenza dovrà combattere utilizzando tutte le energie per difendere se stessa ed il proprio onore. Attimi di silenzio precedono la battaglia, entrambi decisi, entrambi risoluti, entrambi pronti a tutto. All’improvviso un frastuono, l’infrangersi della lama assassina sulla dura roccia, un balzo rapido, quasi felino, un violento colpo, ed il rumore d’ossa che si frantumano e vanno in mille pezzi. Il vecchio ha vinto. E’ riuscito a piegare il nemico, a diventare finalmente un temibile predatore. Ora si piega sullo sconfitto, feroce, sicuro, sguainando il membro, giocandoci, pregustando il fatidico momento sentito come prossimo ed inesorabile. Il Mietitore tenta un’ultima resistenza, ma ormai è tutto inutile, meglio stringere i denti, cercare di non pensare. Un sedere ossuto ed una penetrazione, lunga, profonda, e dolore, vergogna, odio, rabbia, rassegnazione. La Morte ha perso, un vecchio l’ha sconfitta e fottuta, gli ha riso in faccia e poi l’ha ringraziata.
Il vecchio non più vergine e cardiopatico buffone ora è soddisfatto. In qualche modo ha raggiunto l’obiettivo. Può andarsene, non ha più paura. La fine non lo spaventa. E’ indifferente al disciogliersi del potere, all’affievolirsi di quell’aura che sino a qualche attimo prima lo irradiava di energia e vita. Sa d’essere pronto, capisce che la cancrena da dentro lo sta divorando e che ha raggiunto gli organi interni. Sta morendo, ma non gli importa, e sorride. Un rigagnolo di sangue gli fuoriesce dalla bocca, luminoso, quasi quanto le lacrime di prima. Fa alcuni passi e cade. Prova a rialzarsi, ma non ci riesce. Non ci riuscirà mai, lo sa, e decide di lasciar accasciare quel suo anziano corpo ormai quasi privo di vita e speranze. Ma un’ombra improvvisa lo ricopre, inquietante, minacciosa, ed un sibilo infuocato fende l’aria e gli sventra l’addome, lasciandolo ansimante, a terra, con le budella molli che gli fuoriescono penzolanti dalla carne. Il triste Mietitore è tornato, con un’unica e spietata idea che gli pervade il cranio e guida il sadismo efferato delle sue azioni: vendetta. Il volto del vecchio appare deformato, da un ghigno di terrore, dalla consapevolezza delle atrocità che lo attendono, dal fetore delle interiora che inquinano l’aria, dal sapore del sangue che ha in bocca e che sa solo di tragedia. Il pene gli viene affettato, lentamente, con calma, tra urla strazianti, lacrime disperate e budella frullate, sparpagliate alla rinfusa in quel sacchetto di carne che è diventato. Occhi strappati, orecchie mozzate, dita solitarie che rimpiangono un padrone. E sangue, tanto sangue. E tanta adrenalina, e tanto stupido ed insopportabile dolore. La Morte pare sorridere, sa di aver fatto un buon lavoro, di aver quasi finito. Si siede in disparte e porta con se un braccio del vecchio, e lo sgranocchia, mentre si gode la scena. Decine di avvoltoi che si avventano sulla carcassa per contendersi un boccone, per sfamarsi, per bloccare il gorgoglio perenne dei loro stomaci sempre vuoti. Un’unica idea, la fame, li porta a fare ciò. Nessun desiderio particolare, alcuna sete di vendetta, solo tanta ed insaziabile fame. Ed alla fine il vecchio si è spento. E’ il due novembre, un giovedì. Sono le sette, in un deserto, ed attorno a lui non c’è nessuno, non una donna, non una femmina che gli stia accanto, che lo compianga, che lo stringa a sé cospargendolo del proprio amore. Solo animali, bestie, affamate della sua carne, della sua anima, della sua sofferenza, e del suo appagamento per l’essere finalmente diventato un uomo. FINE.
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