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La foresta di tetri arbusti deformi

Racconti

Mi trovo in una foresta di tetri arbusti deformi che mi strappano carne dalle ossa fredde che si trascinano negli angoli meno fitti di chiome oscure dove la luce tenta di filtrare e illuminare il sentiero per ritrovare l’uscita.
Striscio come un rettile privo di forze con il sangue freddo che riscalda il mio involucro di dolore, ben avvolto da una scorza di malessere lancinante.
Mi abbandono alla notte sperando di interpretare un incubo che mi possa svelare la via del ritorno.
Chiudo gli occhi gonfi di aria gelida visto che le lacrime sono finite da un pezzo.

Tutto mi appare sfocato, irriconoscibile, irreale ma allo stesso tempo così nitido e violentemente soffocante, un’altalena di sconforto e sofferenza.
Probabilmente è giorno. I sensi tentano di farmelo intuire, prima di straziarmi con l’impatto nella realtà.
Quelle poche forze recuperate nel limbo degli incubi si incanalano negli arti ancora intorpiditi che avanzano lentamente verso un’ipotetica salvezza.
Ore di inutile fatica e irrisorie sensazioni di poter riuscire mi portano ai piedi di un ponte di legno, malridotto probabilmente anche da quegli “agenti atmosferici” che mi hanno recato inconfondibile noia e paranoia negli eterni secondi precedenti, ma anche malridotto a causa di un errore strutturale di costruzione, un errore chiamato ignoranza che a volte volente a volte no rimane un errore.
Mi accorgo che l’ignoranza sia un errore ma l’indifferenza un orrore.
Il vento raffica un suo sospiro e travolge il ponte che impotente inizia a destabilizzarsi, e la terra fredda mi entra negli occhi rendendo miope la mia lacerata vista. Qui mi accorgo che dovrò salire su quel ponte, anche se non riesco più a riconoscere l’argine opposto che definisco salvezza in quanto la speranza di abbandonare questa sponda in cui mi trovo.
Mi alzo a stento ed inizio la traversata. Il primo passo quasi piacevole al cuore mi spinge a fare il secondo che un pò meno piacevole mi spinge a fare il terzo e così via. Strofinando gli occhi reintegro in parte l’uso delle mie lenti visive lacrimanti. Realizzo che questo ponte è in bilico nel vuoto.
Le corde che lese tengono unite assi di legno umide e piene di schegge si stanno allentando. Mi assale il panico come un lupo impazzito dalla fame.
Indietro la sofferenza, sotto il vuoto e di fronte l’incertezza. Passano secondi secolari e non so che fare. Tento di raggiungere la sponda dell’incertezza ed il vento adirato esprime dissenso e confonde il ponte che trema. Corro con le ultime forze che ho in corpo verso quella sponda incerta mentre ho timore che anche questa sponda possa violentarmi forse anche peggio della precedente. Ormai disperato continuo nella mia fuga ma le corde si spezzano all’improvviso e stroncano la vita del ponte lasciandomi appeso al ciglio della sponda incerta. La mia mano stanca perde l’appiglio e precipito nel vuoto. È iniziato un altro giorno mentre consumo il momento dell’impatto col suolo del vuoto. Apro gli occhi e sono circondato da arbusti tetri e deformi.
06/05 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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