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Una ragazza di Edimburgo dalle belle tette e sbronza

Racconti

Questa fottuta macchina stampatrice non funziona. Lo dico al mio caporeparto e lo stronzo sbuffa come se fosse colpa mia e non dei capitalisti del cazzo che ci fanno lavorare con dei ferrivecchi. Mi succede sempre alla fine del turno poi, e non che sia meglio questa cosa. Devo riempire un modulo quando qua si blocca tutto, e poi portarlo al signor Aliscot. Almeno il tipo è un bravo cristo, lo sa bene che non voglio fregarlo, e delle volte me lo compila lui ‘sto foglio assurdo.
Le ragazze dell’altro reparto hanno già finito. C’è la biondina nuova che mi passa e ripassa davanti da una settimana. Delle volte ho la sensazione che lo faccia solo per farsi vedere da me, insomma fa la strada più lunga per andarsene in cortile a fumare una paglia. Ma io ci vado cauto con le fighette sul lavoro, insomma, mica sto a fare il figo qua dentro. A volte sembra che mi sorrida. Ma ci sto attento dico, insomma ‘ste ragazzette dei quartieri di merda, intendo i buchi di culo della città come il mio, hanno sempre un ghigno sul muso. Non capisci se ti sorridono o ti prendono per il culo. Lei è carina un frego però, e la dico alla buona. Dico di quelle dal visino dolce, davvero, non le solite sbrodolone della corea dove sono nato.

Quando passano per andare allo spogliatoio le ragazze del settore spedizioni si aprono la zip della tuta da lavoro. Poi sfilano le maniche, se le annodano dietro con un’aria da puttanelle, e restano in maglietta a bere il caffè del distributore. Ha due pere niente male la tipa, ma è il viso che mi piace un tot. Voglio dire non è proprio il mio forte rompere le palle alle donne, insomma ci vuole talento per quella roba, però mi sentirei un coglione a non accertarmi se quello è un ghigno oppure un sorriso che mi regala da cinque fottuti giorni.
“Ciao, senti, ma non ci siamo visti da qualche parte? Insomma, dico fuori dalla fabbrica”, esordio di merda lo so.
“Ce ne hai messo di tempo, sono Maggie ricordi? Maggie Silverstad”.
“Cazzo, andavamo insieme in quel buco di scuola.... stavi tre o quattri anni dietro se non sbaglio”, mica me la ricordavo precisa perdio, ma almeno quello che mi faceva non era un ghigno.
A pensarci bene non aveva l’ombra delle tette di adesso eppoi c’aveva pure un fottuto ferro tra i denti che mi faceva pisciare dal ridere.
“Sì, come stai Paul?”, mi dice con un’aria da fighetta impaurita.
“Tutto bene dai. E senti tuo fratello gioca ancora con l’Alistar? Quanti calci ci siamo dati quel periodo”.
“No! Mio fratello vive a Londra, si è sposato”, il che getta nella mia consapevolezza un segnale d’allarme. Quel coglione di suo fratello, un rosso dal culone moscio, è fuggito nella capitale a guadagnare grana, ed ha pure una moglie. Forse dovrei darmi una mossa e uscire da questa apatia di merda.
“Senti Maggie ti va una pinta al pub qua fuori? Dai mi racconti un po’ dei vecchi tempi e di come ti butta la vita”.
Maggie non solo accetta ma sembra anche eccitata e ridente nel farlo. È una fighetta tutto culetto e pere a vederla senza tuta. E poi, ma torno sempre là, con un visino da tipa d’un certo livello. Se la infili in un vestito decente la piccola Maggie ne fa girare di uomini in cerca di preda. Mi piace un casino.
Al pub si parla del più e del meno. Beve la sua birra a sorsetti ma quando inizio a prenderla in giro cambia stile. I sorsi sono più lunghi, alla fine se ne scola tre di pinte. Mi dice che dopo la scuola il fratello ha conosciuto una ragazza. Una tipa molto in gamba che a quanto pare stava in grana seria. Lui è molto cambiato per amore, mi fa, e pensa che non va neanche più alle partite. Insomma culo moscio ha messo la testa apposto, penso. Ma comunque quando ci scontravamo con i merdosi dell’Arsenal non è che menasse così bene. Poi mi dice di qualche cazzo di amica sua che pure a sforzarmi per bene mica mi ricordo, ma è un modo per parlare e ridere insieme quello. Le chiedo se vuole passare dal buco di casa mia. Magari si lava il viso, o quello che cavolo vuole, le dico con un’allusione che la fa ridere. Dopo usciamo. Sì, abbiamo deciso di andare al cinese giù in centro. Cinese e poi discoteca, insomma una seratina da vecchi soci che si ritrovano.
Quando arriviamo a casa mia potrei definirla una ragazza di Edimburgo dalle belle tette e sbronza. Sulle scale inciampa un paio di volte e ride sguaiata. Io le rido dietro e la tengo per i fianchi, ma tasto pure un po’ il culo. Nessuna rimostranza, la piccola Maggie è cotta al punto giusto. Apro la porta con la chiave ma anche assestandogli un calcio deciso. Entriamo e ci buttiamo ridendo sul divano rosso Ikea.
“Maggie, sai una cosa? Sei veramente diventata carina. Cioè queste pere qua mica le avevi a scuola”, e come un medico le tocco, le palpo.
Lei sorride ma non si lamenta. Perdio c’è spazio per scopare, credo. Allora da un’allusione all’altra e sono con le mani nelle mutandine. Rosa accese, di pizzo, che bella femmina questa.
Ci buttiamo uno nella bocca dell’altra e ci diamo sotto di lingua. L’uccello comincia a cercare la tua tana, mentre con le mani le slaccio il reggiseno. Le chiappe sono fottutamente toste. Carne fresca non c’è un cazzo da dire.
Abbasso le mutandine tenendole per i lati e mentre le porto giù succhio al volo i capezzoli di Maggie. Le sono sulla pancia. Piatta e tirata. Le mutandine sono alle caviglie ormai, ma là le lascio. Mica le sfilo. Mi dà troppo l’idea della fichetta mezza stuprata, per questo ai maschi piace vederle così le mutandine.
Risalendo mi avvento sulla passera. Cazzo, è sudata al punto giusto, comincio a lavorarla di lingua. Lei cade sul divano ed io con lei, senza staccare la lingua dalla patatina.
Abbasso i jeans e devo dire che è tutto in tiro al punto giusto. Cioè neanche devo chiedere alla mia dama di aprire la bocca e darmi una succhiatina. Già mi ritrovo col coso di legno pronto in tiro.
“Paul metti il guanto, dai mettilo, è da quando sono ragazzina che voglio scoparti”.
M’infilo il gommino e ci do sotto. Ad ogni colpo di bacino e cazzo e palle... alla mia dolce Maggie ballano le pere. L’immagine mi eccita e continuo a spingere. Poi la volto e la prendo da dietro. E insomma ci diamo da fare da ingrifati cotti. Ogni tanto me la bacio pure, alle ragazze piace, anche a quelle più porche. Allora me la bacio, potrei dire come uno che la ama e cazzate del genere.
Poi dormiamo sul divano fino a sera. Mi alzo per pisciare e lei mi chiede se domani voglio andare a cenare dai suoi. Lo aveva detto alla madre che mi aveva riconosciuto in fabbrica. Così se vado mi presenta pure il marito.
Un po’ per la scopata, un po’ per le notizie, ma piscio quasi tutto fuori dal cesso. E visto che è casa mia mi toccherà pure pulire.
21/08 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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