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La tempesta @ Magnolia idroscalo Milano

Racconti

La tempesta è ancora lontana nel cielo non cielo, la scorgo sfrecciando sulla tangenziale est.
Al Magnolia, o meglio nei suoi dintorni, gli omini verdi della polizia municipale si stanno assicurando la tredicesima spulciando tutti i carrocci parcheggiati alla cazzo e i cingalesi vendono biglietti per il parcheggio che in dieci minuti lievitano da tre a quattro euro. All'ingresso la fila scorre veloce cadenzata dalla cascata dei pezzi da dieci nella cassetta verde smeraldo, in cambio il biglietto, il sorriso delle bigliettaie e il timbro a forma di teschio dei pirati. Sono dentro.
Gente... molta, odore di bosco metropolitano, ascelle più o meno lavate, fiato alla birra e ventate sporadiche di hashish, vocio diffuso a fare da tappeto costante alle performance degli artisti che si esibiscono nel palco esterno.
Ramino al bancone del bar interno, fiero nella sua abbronzata giovinezza ha già una media alla mano e due amiche ai suoi lati, mi calo il cappello in segno di saluto a tutti e tre e abbraccio Ramino. Mi presenta. "Max Sara, Max Silvia..." è un po' meno radioso del solito, un perché ci sarà... anzi c'è ma non fa parte di questa storia.

Per l'ennesima volta sono tra i più vecchi del locale, cerco subito una birra tanto per tamponare la sensazione, ormai troppo spesso provata. Attorno mi accerchiano numerosi studenti fuori sede ostentanti il peggio degli anni ottanta da cui non si può uscire vivi... vero Emanuel?!
Per riflesso o per rifiuto tento di essere dignitoso nei miei jeans senza importanza, la mia anonima camicia grigia e il mio borsalino (falso) di carta intrecciata.

Berciano e bevono masticando chewing gum i ragazzotti; è presto e i loro motori non sono ancora a regime per la conversazione informale rilassata, gli ci vorranno ancora diversi drink e poi svaccheranno di certo. Tentano l'approccio con l'altro sesso, spesso distante e freddo, con scarso successo del resto anche l'altro sesso sta ancora carburando.

Molteni dal palcoscenico saluta con velenosa ironia il pubblico di merda del milanese, continua per la sua scaletta però da professionista quale è e nessuno si accorge che ci ha dato delle merde, salvo le prime file in adorazione e pendenti dalle sue parole e dai suoi semplici accordi.

Noi siamo nelle retrovie. Ramino è sparito in una fiammata di pierraggio amicale, ah! lusso della gioventù... rimango solo ad intrattenere la sua amica Sara al meglio delle mie possibilità.
L'attacco della conversazione non è facile ne tanto meno originale ma tengo duro. L'altra, Silvia, è sparita e di lei rimangono solo la mezza birra e la borsa di pelle bianca sul bidone/tavolino che presidiamo. La mia, di birra, è finita e il mio repertorio di chiacchiericcio è agli sgoccioli così taccio e ascolto, o almeno ci provo, cercando di cogliere i testi del a - me - sconosciuto Molteni.

Per passatempo osservo la fauna circostante e vociante. Grossi manzi prodotti da palestra e integratori, con bicipiti grandi quanto le mie cosce e interessati solo al loro gin lemon e alla figa potenzialmente disponibile. Con tutta probabilità torneranno poi a casa, così come sono venuti e forse verranno nella tazza del cesso, in solitudine e silenzio per non turbare il sonno della mamma iniziato solo dopo aver sentito la porta di casa chiudersi. Ragazzi senza ombra di barba in canottiera e occhiali fumè tenuti sul naso per mero vanto o solo a nascondere le pupille straziate da mdma o altra roba meno raffinata. Sono scortati da femmine pure più giovani di loro. Fredde principesse dei ghiacci, schiave di Vogue o altre simili riviste da lobotomia frontale.
Il resto è popolazione varia, tutti nella smunta imitazione di stili che ho già visto nel mio passato. Punk, metal, dark, rasta o semplicemente anonimi come me.

Nella distrazione generale il palco cambia. Si tolgono fili e strumenti e amplificatori, si attrezza solo per due. Stanno per arrivare "le luci della centrale elettrica". La ghenga di Ramino si sposta a ridosso del fronte sonoro con me al traino, tre quattro pezzi si susseguono sufficienti a farmi desiderare di aver visto di più e ascoltato meglio, ma il pessimo missaggio e l'eco della platea in vena di partecipazione mi hanno giocato contro. La tempesta intanto è arrivata, avanguardie piccole e rade si sono abbattute su di noi e ad esibizione finita comincia a raggiungerci il gocciolio pesante. È alla fine un sollievo più che un dispiacere, l'aria attorno ancora pesa del fiato di troppe persone. "Le luci" se ne vanno scusandosi per la brevità della performance per tutta risposta sparuti fischi si alzano dal pubblico, potrebbe sembrare una minuscola woodstock ma la partecipazione è assai minore.

Il palco sta cambiando di nuovo mentre io ordino la seconda media della serata ad un barista barbuto calvo e tatuato che mi prende in simpatia forse perché, in tutto il tempo da cui ho ordinato a cui mi ha servito, sono stato l'unico ad usare la parola grazie. Quando mi porge il bicchiere stracolmo rispondo al moto di simpatia e carico la dose "grazie infinite" dico prima di levarmi dai piedi, lui corrisponde con una strizzatina d'occhio e torna alle spine della bionda e alla clientela scortese.

La serata comincia ad essere poco interessante nelle esibizioni, sul palco interno c'è una band pseudo metal alternativa il cui cantante potrebbe tranquillamente sembrare vittima di uno squartamento. Nel palco esterno un'altra band si esibisce nascondendo il viso sotto a passamontagna neri. Potrebbero essere i "prozac +" ma non mi interessa di approfondire. Con tutto il rispetto sono passati anche loro senza troppo clamore. Rimane lo spazio per raccontare e sentir raccontare. Ramino ed io consumiamo lentamente un'altra birra e mezza condite di parole, Sara partecipa a volte ma pare stanca e l'unico motivo per cui è ancora lì, come noi del resto, è che ora la tempesta è al suo culmine. Prendiamo tempo in un capogiro diluente, Frazione di attimi poi tutto torna come prima, mi infilo un'altra lukie tra le labbra e valuto se posso arrivare alla mia vettura senza riempire le mie scarpe di acqua... pare non voler smettere.

Alla una e venti di questa notte ormai persa cogliamo l'occasione; strappiamo uno dei poster dell'evento per farcene riparo, dura meno della metà del percorso fino alle macchine e la tempesta recuperato un po di vigore ci inzuppa a sufficienza. Al parcheggio saluto chi ho conosciuto per così poco e abbraccio Ramino. L'accordo è di rivederci magari un sabato sera per andare a ingrottarci al Pentesilea per vedere Caarlo Cinasky. In macchina mentre lascio il parcheggio il mal di testa incomincia il suo assedio. Sono fradicio è ho l'urgenza di una imponente minzione.

Accosto, fermo, scendo e faccio. Ripiglio la macchina e riparto, direzione casa, letto, sonno...
ricapitolo la serata nel breve tratto di tangenziale del ritorno e alla fine sono contento di aver abbracciato l'amico che in tutto mi è mancato.

M. Rossi A.k.a. ©®isalide
28/08 | scritto da | stampa | scrivi all'autore | autore





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