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Storia di una quotidianità ammazzata

Racconti

Il masticare l'osso mi aveva rotto quasi tutti i denti. All'ospedale mi dissero che mi avrebbero messo una protesi, cioè una dentiera. A me non interessava, ora avevo i pensieri che pulsavano dal dolore. Sanguinavo in bocca, ne perdevo tanto da doverlo sputare fuori a intervalli quasi regolari. Il gusto schifoso però rimaneva.
Mi sono rotto i denti perché sono un duro, perché al pianista non la darò mai vinta, perché non deve più entrare in casa mia ogni mese e scoparsi mia madre in cambio dell'affitto e perché era ora che qualcuno gli insegnasse che esistono gli imprevisti. Sono entrato nella stanza dove erano loro due e quando l'ho visto sopra mia madre, intento a pisciarle addosso, mi si è annebbiato tutto. L'ho morso. Alla mano. Lui era sorpreso, ma quando ha realizzato che non mi sarei staccato ha iniziato a colpirmi. E più mi colpiva, più stringevo la mandibola contro la mascella. Fino a quando sono caduto, con in bocca un suo dito. Ha urlato come un cane e questo mi ha dato la forza per iniziare a masticare. I miei denti hanno cominciato a rompersi; sentivo lo scricchiolio dell'osso confondersi con quello dei canini e dei molari, ma non riuscivo a smettere di fissarlo. Dal suo pisello colavano gocce di piscio che si mischiavano con il sangue sul pavimento e quando la sua paura si è trasformata in puzza, ho sputato il dito di fianco al suo piede in segno di vittoria. Ha pianto, come un bambino. Mia madre, che fino ad allora aveva solo guardato, a quel punto si è alzata ed è scappata via. Ancora nuda, è ritornata con degli strofinacci per asciugare il lago per terra. Per non piangere nel vedere il suo sguardo basso che, nonostante tutto, decretava la mia sconfitta, sono svenuto con l'intenzione di morire dalla vergogna, ma invece mi sono svegliato in ospedale.
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